Onore a Zio Evra 2014/16: il campo, le parole e la persona

Non sappiamo se Allegri ha fatto quel che fece due anni e mezzo fa Van Gaal: chiamare Evra per convincerlo, per tentare la trattenuta. All’epoca dell’addio ai Red Devils, Patrice è corteggiato anche dall’Inter, in barba ai media che gli destinavano “ex giocatore” e “rincalzo” a più non posso; viene da due stagioni nel suo Manchester United con 87 gare all’attivo e 88’ minuti medi in campo per ogni gettone di presenza, nella seconda delle due stagioni è ancora il primo difensore della squadra per recuperi palla. Più titolare di così… Tanto da meritarsi appieno dal club il bonus fedeltà di due milioni di euro, a fronte di otto anni di onorato servizio.

Fatto il cappello, vado sul personale.

Quando penso a Evra, il primo attributo che balena è avveduto. Paradossale per tutti quelli che gli danno del fesso quando a 17 anni sceglie Marsala (27 presenze e 6 reti in una stagione) e la Serie C invece dello stage al nobile Torino.

 

La migliore sensazione provata
da quando gioco a calcio
è stata la firma
sul primo contratto da professionista

Se Patrice Evra sbarca a Torino, molto del merito pare sia di Antonio Conte: “Mi volle a tutti i costi”. Conte, che dopo pochi giorni scappa dal ritiro per far posto ad Allegri. Finisce comunque nel pezzo di Tuttosport: dopo tre mesi di Juve, “Evra non decolla e alla società costa 8 milioni annui… Meglio Padoin”.

A proposito di giornali, il francese è uno dei pochi esempi di calciatore che rilascia interviste franche ed interessanti. Dopo Juve-Monaco, quarti di quella Champions goduta fino alla finale, confessa di aver “percepito molta ansia nei compagni (la squadra sbaglia una montagna di passaggi)”. Arriva Berlino e lui non vuole sentire ragioni sul Barcellona imbattibile: “Chi pensa questo, lo dica al mister e stia fuori”.

Dunque, preteso da Conte e innamorato di Allegri. Descrive Max come un tecnico raro, perché capace di inventare sempre qualcosa che fa la differenza. La lode più sperticata fa riferimento al dopo Dortmund: “Tutte le cose che illustrò sul Borussia le ho riviste in campo. Incredibile, non mi era mai capitato con un allenatore”. Lui, che allenatore sarà, Ferguson et orbis dicunt. Sir Alex conosce bene il calciatore e l’uomo: “Sa parlare alle persone, ha carisma nel trasmettere la sua passione agli altri”. Trasporto che a Torino assimila da capitan Buffon: “Vinciamo comunque”; titubava per lo shock post Conte, lui cui era andata malino con Moyes a Manchester.

 

Alla Juve si corre
anche quando si dorme

Assimila bene il nostro, perché uno dei più netti colpi d’orgoglio post Sassuolo (Juve 15ª in classifica) è roba sua. Insomma, ragazzi, normale buttare un campionato così? Con tutto il rispetto per Fiorentina, Inter (in testa in quel momento)…

La seconda stagione è di alto livello, benché il leitmotiv fu, è e sarà il mancato calcio al pallone di Monaco di Baviera. Gli ultimi giorni del 2015 scrissi che Alex Sandro avrebbe dovuto “sopportarlo”, perché Zio Pat performava da ventenne con la saggezza del quarantenne (e aggiunsi che, però, il titolare dell’anno successivo sarebbe stato senz’altro il brasiliano: la parabola era sotto gli occhi di tutti).
Avveduto, ho scritto. E concentrato. E professionista. Qualità ben rappresentate dalle immagini.

Di Evra conservo tante cose belle, quasi esclusivamente quelle belle. E comunque pregne, intrise di significato. Trascendendo dalle cose di campo, non si può dimenticare l’endorsement al calcio italiano: “Chi lo critica, spero venga a giocare qui. In Inghilterra si fa boxe, qui c’è intelligenza e talento”. Come sarà impossibile scordare il suo turbato possesso palla al contempo dell’attentato a Parigi.

La partenza nel mercato di gennaio è un fulmine a ciel sereno: non pronosticabile, non spiegabile se non a posteriori. Sapremo. Per ora viviamo nella coscienza che la sua esibizione 2016/17 non è congrua a quella 2014-16. Ciò non cancella il biennio e la carriera tutta. E la persona, semplicemente meravigliosa.

evra sociale