Macché viziati, vincere è l’unica cosa accettabile!

Allegri

Le deludenti prestazioni dell’ultimo mese hanno scatenato un dibattito sull’attitudine alla critica facile dei tifosi juventini. Per alcuni siamo talmente ben abituati da esserci dimenticati che nel calcio si può anche perdere, arrivando a considerare la vittoria come un fatto scontato e dovuto. Dall’altra parte fioccano i lamenti di chi non accetta, pur dopo anni di dominio, figuracce come quelle del secondo tempo di Marassi e del match casalingo con la Lazio, con annesso terzo (potenziale quarto) posto. Siamo un popolo di viziati, quindi? No, direi. Semplicemente tifosi, da una parte, ed attenti osservatori della realtà, dall’altra.

La prima natura, quella di tifosi, implica già naturale avversione ad ogni sconfitta o obiettivo mancato. Questo, se vale per i supporters di qualunque squadra, vale a maggior ragione per gli juventini, che di “vincere è l’unica cosa che conta” hanno fatto un motto che non contempla alibi e “sfighe” (e no, qui non ci dilungheremo a spiegare perché sia tutto fuorché uno slogan antisportivo).

Ma è, secondo me, nell’analisi più razionale della realtà che trova le maggiori giustificazioni l’atteggiamento critico attuale di gran parte dei tifosi bianconeri. Negli anni ’90 e 2000 abbiamo forse ammirato le Juventus più forti della storia, eppure non si vinceva ogni anno e il dato era considerato naturale, qualcuno potrebbe dire. Ma a quell’epoca la competizione con le milanesi e le romane (e a tratti Parma e Fiorentina) era reale. Ci stupivamo, anzi, di quanto poco riuscissero a vincere, le nostre avversarie, in relazione al loro potenziale in cassa e in campo. Cos’è oggi, invece, la Juventus, nel calcio italiano ed europeo? Qual è il valore relativo del club torinese nel panorama calcistico contemporaneo? Perché se ci diciamo (e ne sono convinto anch’io) che nel momento che viviamo è già un fatto eccezionale essere arrivati alla finale di Champions – visto il gap economico che ci separa dalle due superpotenze spagnole, dalle big inglesi e dal Psg –  con la stessa onestà intellettuale bisognerebbe ammettere che il nostro primo competitor italiano fattura la metà della Juventus. Secondo lo stesso ragionamento, dunque, il Napoli, l’Inter, la Roma e la Lazio, che stanno tenendo il nostro ritmo o addirittura facendo meglio, stanno sin qui compiendo un miracolo. Perfino Beppe Marotta, recentemente, ha ammesso davanti alle telecamere che, sebbene la Champions League sia diventata un’ossessione, il vero fallimento sportivo sarebbe non vincere lo Scudetto. Ed è così che andrebbe definito un secondo posto quest’anno, senza troppo edulcorare: fallimento sportivo! Anche perché, mentre nelle competizioni europee il peso specifico della casualità è rilevante, nelle lunghe corse a tappe i veri valori alla lunga vengono fuori.La Juventus, come mostrato un anno fa con Pjanic e Higuain (e, in misura minore, con Bernardeschi l’estate scorsa) è oggi un club in grado, economicamente, di andare alla cassa di qualunque club italiano e prendersi il giocatore più importante. Se queste potenzialità economiche (che non sono piovute dal cielo, ma sono un grande merito dell’attuale dirigenza) non si traducono in vittoria contro gli avversari che ogni anno indebolisci, è normale che ciò scateni delusione.

Per dare un respiro più ampio e dei parametri alla vicenda, proviamo a vedere cosa succede negli altri paesi. In Inghilterra la situazione è simile a quella dell’Italia pre-Calciopoli, e gli avvicendamenti in vetta sono naturale conseguenza del potenziale economico di più clubs. Fa eccezione la vittoria, unica e irripetibile, del Leicester di Ranieri nel 2016. In Spagna, ad eccezione del 2014 quando i colchoneros hanno interrotto il duopolio Barcellona-Real Madrid, i due club più ricchi al mondo si avvicendano al vertice della Liga da 13 anni. In Francia la leadership del Psg, da sei anni in mano allo sceicco arabo Al-Khelaifi, è stata messa in discussione solo dalle vittorie di Montpellier e Monaco. E in quelle due occasioni si è parlato, senza mezzi termini, di debacle. La realtà più simile alla nostra è quella della Bundesliga dove il Bayern, pur in un movimento calcistico vivace, non ha rivali economici, e da cinque anni ha il titolo in tasca già a metà campionato. La leadership bavarese, pur insidiata a tratti da club in crescita abili a lanciare giovani di qualità, non vede rivali e non sembra mai in discussione. Perfino quest’anno, quando un inizio stentato e rapporti poco cordiali hanno costretto all’esonero di Carlo Ancelotti, è bastato riaffidarsi al vecchio volpone Jupp Heynckes per rimettere in chiaro le gerarchie e far sembrare preistoria le scoppole iniziali (mentre scriviamo il Bayern, prima della trasferta di Monchengladbach, si trova a +6 sulle inseguitrici dopo 12 giornate e una serie attuale 5 vittorie consecutive).

Anche la Juve vince da sei anni ed ha superato crisi ben più profonde di quella attuale (basti pensare all’inizio del 2015-2016), mi si potrebbe obiettare. E’ vero, ma ci sono due aspetti che lasciano poco tranquilli e legittimano critiche e preoccupazione. Il primo aspetto è legato agli inizi di tutti gli anni: non si capisce proprio perché, in un contesto di superiorità inveterata, sembra che tutti gli anni si debba ripartire da zero nelle certezze di gioco. E non accetto che aver perso Bonucci e Dani Alves (avuto solo negli ultimi due mesi e mezzo) possa bastare come giustificazione. Il secondo è relativo al campionato attuale: la serie A è piena di squadre materasso, e molte altre dopo il girone d’andata non avranno più obiettivi. In quest’ottica è difficile che Napoli, Roma e Inter perdano troppi punti, quindi accumulare svantaggio è molto più pericoloso di due anni fa. La celeberrima “Juve di Marzo” potrebbe non bastare. Quindi che si mettano a pedalare, altrimenti sarà fallimento. Che nello sport può capitare, per carità, ma andrebbe chiamato così. E non lo dico io, viziato da tante vittorie, lo dice l’amministratore delegato.