Il vincente contro il perdente

Una volpe affamata, come vide dei grappoli d’uva che pendevano da una vite, desiderò afferrarli ma non ne fu in grado. Allontanandosi però disse fra sé: «Sono acerbi». Così anche alcuni tra gli uomini, che per incapacità non riescono a superare le difficoltà, accusano le circostanze”.

Così raccontava lo scrittore greco Esopo in una delle sue più note favole, duemilaecinquecento anni fa. La storia è sempre quella. Un rinomato statista italiano, tra i suoi celebri aforismi, disse qualcosa di molto simile: “Il potere logora chi non ce l’ha”. Ed è un’altra grande verità. Aggiungo che “manca la cultura della sconfitta”, come ogni tanto ricorda il nostro Beppe Marotta.

Qui da noi, in questo bel Paese, qualsiasi vantaggio, premio, gratificazione o riconoscimento viene visto dagli “altri” (intesi anche soltanto come spettatori, non necessariamente concorrenti) come originato da un qualcosa di losco, non pulito e persino illecito o illegale. Perché, per qualcuno di noi, ad ogni vittoria corrisponde una sconfitta e non è accettabile, immaginabile e tantomeno preferibile riconoscere serenamente che una situazione positiva si generi per effetto di impegno, organizzazione e merito. “Merito”: una parola complessa da spiegare, un po’ come l’interpretazione della “verità”, laddove ognuno vuole credere alla propria. Molto più facile parlare di “fortuna” o di sicuri imbrogli, che creano l’ormai noto e rassicurante alibi.

Da dove si origina questo atteggiamento? Dalla propria incapacità, ce lo dice Esopo. E cosa genera? Frustrazione. Odio. Invidia. Desiderio che l’altro soccomba, se non, addirittura, che gli capiti qualcosa di peggio.

Complimenti, voi sì che sapete stare al mondo.

Soltanto pensando che la vittoria altrui sia frutto di non meglio precisati complotti, riuscite a convivere con la vostra incapacità, che permane nei decenni ed appare insuperabile, in quanto autoalimentata dalla vittimistica lamentela che qualcosa di estraneo e, quindi, non controllabile, ne sia la causa. Anche quando la questione magari non vi riguarda o non ne ricavate nulla in termini pratici (e penso alle tante Coppe che non giocate), vivete la vittoria altrui come una vostra sconfitta e la sconfitta altrui come una vostra vittoria. Godete delle disgrazie altrui e ne disprezzate o sminuite le vittorie, proprio come la volpe fa con l’uva che non riesce a raggiungere.

Non solo: un bel giorno decidete che giocare bene (ma che diamine vuol dire poi?), anzi meglio di chiunque al mondo (!) o dare valore a qualche patetico indice di “supremazia territoriale” sia più che sufficiente per legittimare il vostro presunto merito ed evidenziare quanto sia ingiusta la sua mancata realizzazione. Per inciso, le squadre che hanno effettivamente praticato un bel gioco sono poche e note a tutti, tra cui il Brasile del ‘58, l’Ajax e l’Olanda di Cruijff, il Milan di Sacchi, il Barcellona di Guardiola: tutti modelli vincenti in casa e oltreconfine. E non si è mai sentito nessuno vantarsi di un calcio esteticamente gradevole, ma perdente.

Eppure, avrete ben letto da qualche parte che il vincente è tale perché analizza e critica solo se stesso, anche severamente se occorre, e non cerca pretesti o scusanti: come chi, ad esempio, ha attribuito al diluvio di Perugia la causa del mancato scudetto della Juventus del 2000, anziché ai punti persi in casa contro avversari di valore inferiore.

A questo punto, visto che non avete nulla da perdere, ma semmai tutto da guadagnare, provate, per una sola stagione calcistica, a dimenticarvi di tutte le altre concorrenti, si chiamino Juventus o Rubentus; e cominciate, con lo stesso intenso ed incrollabile pregiudizio, ad incolpare soltanto voi stessi di tutti (nessuno escluso) i risultati negativi della vostra squadra. Non garantisco miracoli, ma – e lo dico contro il mio interesse – sia mai che poi cominciate a capire come funziona.