Tifo, appartenenza e pregiudizio

di Tifoso Razionale

Il calcio non è appartenenza. Tuttavia, decostruire quest’idea e le sue implicazioni – come il tifo incatenato alle proprie radici territoriali – è un’impresa spinosa, perché non è possibile liquidare la questione con un’analisi superficiale. Occorre affondare nelle viscere dell’esperienza umana, coglierne alcuni aspetti fondamentali e poi riemergere, ricostruendo il processo che conduce a vedere il calcio (e non solo) in questo modo. Per arrivare all’affermazione introduttiva, dunque, bisogna partire da molto lontano. Più precisamente, dagli albori della civiltà.

A differenza di molte altre specie animali quella umana non possiede una nicchia adattiva, un ecosistema ideale per la propria sopravvivenza: ciò che le ha permesso di proliferare è piuttosto la straordinaria capacità di manipolare l’ambiente secondo necessità. Questa versatilità ha costituito un vantaggio evolutivo decisivo a fronte di scarse doti fisiche, che ponevano i primi uomini ai bassifondi della catena alimentare. Per fronteggiare grandi predatori ed ogni altra forma di pericolo in natura, l’organizzazione e la cooperazione si sono dimostrate fin dal principio l’unica via.

Nel corso dei millenni socialità e plasticità sono così diventate i pilastri su cui il genere umano ha costruito il proprio successo e, nonostante queste caratteristiche si siano sviluppate per rispondere ad esigenze molto pragmatiche, hanno continuato a persistere anche quando la sopravvivenza ha cessato di essere la principale preoccupazione dell’umanità. Fino ai giorni nostri.

Ciò che a noi interessa in questa sede, infatti, sono i corollari di questi due concetti. Innanzitutto, la plasticità implica un’apertura verso il mondo: per poterci adattare abbiamo bisogno di essere malleabili, elastici, ed è proprio in questa direzione che l’organismo umano si è sviluppato. Basti pensare al cervello ed alla sua capacità di modificare la propria struttura e funzionalità lungo tutto l’arco di vita. Eppure, solo dopo secoli di dualismo cartesiano la scienza si sta lentamente rassegnando al fatto che non sia possibile isolare il soggetto dal suo contesto, la natura dalla cultura, i geni dall’ambiente (come dimostra l’epigenetica).

L’uomo, a partire dalle sue componenti biologiche, è un sistema aperto e predisposto al cambiamento. Tuttavia, la socialità controbilancia questa naturale disposizione producendo l’effetto opposto, una netta chiusura verso il mondo, poiché i processi di socializzazione sono tutti volti all’autoconservazione del gruppo. Tra infinite mappe della realtà possibili, ogni agglomerato umano costruisce la propria e la impone a chiunque vi faccia parte, modificandola nel tempo solo negli aspetti che non si dimostrano più funzionali.

Questi schemi – interpretativi ed operativi – ci vengono inculcati fin dall’infanzia, presentati e legittimati come fossero davvero l’unico modo possibile di vedere le cose: la più colossale truffa perpetrata ai danni dell’individuo ed il segreto del progresso, a seconda del punto di vista. Difatti, se da un lato è evidente che si tratti di un gigantesco inganno, dall’altro la società fornisce una cornice di certezze rassicuranti, di soluzioni e di risposte preconfezionate a tutti i problemi e gli interrogativi dei suoi membri. In questo modo essi ordineranno e daranno un senso alla propria esistenza senza doversi preoccupare ogni giorno di ricostruire da zero la realtà in cui vivono e potendosi quindi dedicare ad altro.

Banalmente, io sono in grado di scrivere questo articolo solo perché so di non dovermi preoccupare di una miriade di questioni a partire dalla mia sopravvivenza, essendoci un intero sistema di leggi e prescrizioni morali a garantirmi che non corro alcun pericolo.

A questo punto, si può iniziare a riemergere.

Prima di decostruire l’errata credenza di partenza, infatti, era necessario comprendere che l’esistenza umana non sarebbe possibile senza pregiudizi, senza preconcetti interiorizzati che guidano e delineano l’agire quotidiano. Il modo in cui guardiamo il mondo è fallace, pieno di errori e di stereotipi, svilenti ma imprescindibili semplificazioni di cui abbiamo bisogno per ridurre l’ignoto al noto nel modo più semplice e rapido che ci sia.

Gli stereotipi nascono dalla paura dell’altro, che rendono conoscibile e quindi controllabile, e permettono di risparmiare energie per altre attività. Al tempo stesso esiste una forte ambivalenza nei confronti del diverso, che può essere vissuto tanto quanto una minaccia, per il gruppo e la sua conservazione, quanto come un’opportunità, per il singolo costitutivamente aperto al mondo. Questo dualismo si nota persino nella radice comune di due termini latini, hospes (ospite) e hostis (nemico).

Il calcio non sfugge a questa dinamica.

Come ogni artefatto culturale, il tifo si intreccia con il contesto da cui scaturisce. Questa è la ragione fondamentale per cui molti sostengono che “il calcio è appartenenza”: i più si identificano così tanto con il proprio gruppo ed i valori che esso propugna da interpretare qualunque cosa in funzione di ciò. Tifare una squadra piuttosto che un’altra diventa il simbolo di una presunta supremazia; quest’idea, che può apparire nel complesso stupida, è in realtà molto pericolosa.

Quando cessa l’ambivalenza ed il diverso viene percepito esclusivamente in maniera negativa, come minaccia o in quanto inferiore, le conseguenze possono essere atroci. L’illusione di possedere una qualche forma di superiorità (morale, religiosa, razziale…) conduce alla legittimazione di qualunque efferatezza in nome di essa. I programmi eugenetici, spesso associati con orrore al nazismo, non sono altro che la diretta conseguenza di ciò e risalgono addirittura alla Grecia antica: Platone stesso cade nel tranello e, concettualizzando la polis ideale, nella Repubblica prescrive a chiare lettere i criteri con cui lo Stato deve regolare la riproduzione dei cittadini, o meglio l’allevamento dei cani, in modo da selezionare “i migliori”. Il tutto dall’alto della sua posizione di filosofo, che gli conferisce una supposta superiorità.

Appare ormai chiaro che le forme suprematiste di tifo non sono altro che pallide escrescenze di idee molto antiche. Per arrivare a questo estremo, il tragitto non è immediato: bisogna innanzitutto trasformare l’avversario in nemico, impegnarsi nella sua disumanizzazione. Sono tutti processi che chiunque può constatare nella vita quotidiana, alla base di ogni forma di discriminazione.

Così, il tifoso avversario viene ridotto e trattato come un essere indegno e la squadra avversaria come un nemico da distruggere più che un rivale con cui competere. La scelta di tifare una squadra diversa da quella che rappresenta le proprie radici viene spesso condannata, considerata un tradimento, fino a diventare uno stigma. A questo stadio il pensiero unico del proprio gruppo di appartenenza ha già trionfato, non vi è più spazio per il dialogo. Non occorrono esempi, il modo in cui viene vissuto e raccontato il calcio in Italia offre già innumerevoli dimostrazioni pratiche.

Rimane solo un punto in sospeso. Se il calcio non è appartenenza, che cos’è allora? Se lo spogliamo di tutti gli elementi accessori, che cosa rimane?

Spesso si legge che “senza tifosi il calcio è zero”. Ma questo è vero solo per il sistema professionistico, che non potrebbe fare a meno dell’engagement e del flusso di soldi degli appassionati. In realtà il calcio non ha alcun bisogno di tifosi, che subentrano solo in una fase successiva, istituzionalizzata del gioco. Tolti loro, rimangono due squadre che si confrontano. Eppure, per giocare a calcio non è nemmeno necessario dividersi in fazioni, né essere in compagnia. Basta un pallone.

Questa è l’inevitabile conclusione: il calcio è emozione, è piacere sensoriale ed estetico nel rapporto con la palla e con il proprio corpo. Solo partendo da qui è possibile appassionarsi, trasformare il gioco in un’attività agonistica, amare e quindi tifare. Se non scatta questa scintilla, tutto ciò che ne consegue perde di significato. Senza questo vissuto, senza questo sentimento nucleare che accomuna una moltitudine di persone, il calcio non esiste.

Al contrario, per quanto inevitabili conseguenze del vivere in società, pregiudizi e discriminazione – loro sì – sono sintomi delle forme più becere, retrograde e rozze di appartenenza. Di questo il calcio ed il tifo possono tranquillamente fare a meno.