Supercoppa 2013: il 4-0 sulla Lazio alla prima di Tevez

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È lestate del 2013, anno terzo dellera Conte. Col tecnico pugliese la Juve ha già conquistato due scudetti, una Supercoppa italiana e una finale di Coppa Italia, persa col Napoli di Mazzarri. Si parte in ritiro con le stesse speranze e ambizioni del biennio precedente e i motori vanno messi subito a perfetto regime, perché cè lappuntamento con la Lazio, nella Supercoppa italiana che si giocherà a Roma. E sì! Nonostante il regolamento preveda che si debba giocare in casa della squadra campione dItalia, non si capisce per quale oscuro motivo la Juve non possa mai giocare allo Stadium. Questa volta, beffardamente, la partita sarà disputata nello stadio degli avversari. Ma tantè, la Vecchia Signora è abituata a questo e ad altri ben peggiori soprusi.

Rosa praticamente immutata, salvo per due arrivi. Entrambi parlano lo spagnolo, ma uno è basco e laltro argentino.

Il primo è uno spilungone che ha una fidanzata che si chiama quasi come lui: Maria Lorente, con una L sola. Non arriva certo accompagnato da squilli di tromba. Acquistato a parametro zero è alto ma (dicono i capiscer) scarso di testa, bravo tecnicamente ma lento, in più è da quasi un anno che non gioca: farà sicuramente poca strada. In effetti, allinizio stagione, Fernando guarda spesso i compagni comodamente seduto in panchina. La verità è che lo spagnolo ha normali problemi di adattamento al gioco e alla preparazione da Marines di Conte, ma una volta ritrovata la condizione ideale, dimostra di essere un campione e un giocatore fondamentale per il gioco bianconero. Diciotto goal di cui sedici in campionato e due in Champions, entrambi contro il Real, terzo dopo Tévez e Pogba per numero di tiri in porta. E diventa presto il Re Leone. Dannazione delle difese avversarie, idolo delle ragazze che apprezzano in lui altre qualità poco pallonare.

«Chi parlava non mi aveva mai visto giocare – afferma il Navarro – ma non è stato facile, gli allenamenti di Conte sono durissimi. Ho dovuto imparare tante cose, ero abituato a giocare in un altro modo dopo tanti anni nella stessa squadra. Prima di tutto è stato complicato assimilare il gioco di Conte, poi entrare in sintonia con compagni nuovi. Senza contare che alla Juve si lavora in maniera diversa e più intensa. Sapevo cosa mi aspettava, ma la realtà è andata oltre le previsioni. Mi ero allenato molto prima di arrivare per non farmi trovare impreparato. Nonostante tutto, ho avuto problemi allinizio».

Il secondo è bollato come uno spacca spogliatoio, un giocatore rissoso, uno che distruggerà quel meccanismo perfetto che è la Juve di Antonio Conte. Addirittura lo additano di essere in sovrappeso e di non fare vita da atleta. Per non parlare della scelta della maglia numero dieci, quella lasciata in eredità da Ale Del Piero. Gli stessi juventini si indignano, non ritenendolo degno di vestire una casacca così prestigiosa. LApache risponde nellunico modo che conosce, trascinando i compagni e conquistando presto i tifosi con prestazioni sempre al massimo, non risparmiandosi mai con la rabbia, la determinazione e il coraggio che acquisisce chi cresce nel barrio Ejército de los Andes (detto anche Fuerte Apache) di Buenos Aires, chi viene abbandonato dalla madre a soli tre mesi, chi sopravvive alle ustioni provocate dallacqua bollente che gli cade sul viso ad appena dieci mesi.

«Ho passato uninfanzia difficile, vissuta in un paese in cui droga e omicidi erano allordine del giorno. Vivere in quel modo ti fa crescere in fretta e, per fortuna, io sono stato in grado di prendere unaltra strada. Ho sempre voluto dimostrare alle persone che a Fuerte Apache e nella Ciudad Oculta non tutti sono cattivi, così come nelle altre città argentine. Io ne sono uscito e con me molti altri ragazzi. Anche se ci sono tanti che non ce lhanno fatta. Dario Coronel, lo chiamavano El Cabanha, che ha avuto una brutta storia. Era il mio migliore amico, eravamo sempre assieme, giocavamo a calcio tutto il tempo e poi verso i trediciquattordici anni lui ha scelto unaltra vita, mentre io ho continuato a giocare a calcio. Sì, era uno dei più forti tra noi ragazzi che giocavamo nel barrio. Lui ha deciso così, o forse è stato il destino che lo ha spinto a rubare e a drogarsi, mentre io ho seguito il calcio, perché il mio sogno era quello di giocare a football e diventare quello che sono oggi. Credo che la famiglia sia fondamentale. Mio padre e mia madre credo che per me lo siano stati per leducazione che mi hanno dato. La mia cicatrice? Potrei fare qualsiasi cosa, mettermi la faccia di chi voglio. Però voglio far capire che lessere umano è bello per quello che ha dentro e non per quello che è fuori. Non mi interessa lapparenza, limportante sono i sentimenti, quello che ho nel cuore. Solo questo è importante, non mi interessa la parte esteriore».

Il Tévez ammirato a Torino è un giocatore sublime, capace di correre per tutto il campo come un mediano qualsiasi, di sfornare assist ai compagni come un trequartista dai piedi fatati e di inquadrare la porta come il più efficace dei bomber. Ventuno volte perfora il portiere avversario nella prima stagione, a cominciare dalla prima partita ufficiale della Juventus, allorché conquista la Supercoppa Italiana, battendo la Lazio per 40. Alcune reti sono perle di rara bellezza, come il goal che suggella la vittoria a San Siro contro il Milan, dopo il vantaggio di Llorente. E proprio col Navarro, Carlitos forma una coppia così tanto perfetta che qualcuno la paragona a Bettega e Anastasi, due che hanno fatto la storia della Juve! Lo spagnolo crea gli spazi (non disdegnando, però, la conclusione personale), dove si fa a infilare lApache e per le difese avversarie sono spesso dolori. Segna una tripletta contro il Sassuolo, una doppietta contro il Parma e contro il Verona e, finalmente, la rete in Europa che mancava da più di cinque anni.

«Con Carlitos cè grande affiatamento  afferma Llorente –lui è un guerriero, difende bene il pallone. È piccolo ma difficile da spostare».

«La Juve è una grande famiglia – rivela Carlitos – andiamo tutti molto daccordo. Tra i compagni, con i tifosi, con la gente, ci troviamo tutti bene. Ciò fa sì che ci sia unione, che questo gruppo sia una vera squadra e che la Juventus cresca giorno dopo giorno. Non penso al fatto che indosso la maglia numero dieci, sarebbe come se volessi mettermi ancora più pressione. E, sotto pressione, si può anche giocare male. E, allora, io gioco come quando ero nel mio quartiere. Penso che sia per questo che mi è andata sempre bene. Non posso mettermi a pensare alla storia. Certo, la storia è storia, bisogna rispettarla, ed è ciò che faccio. So che la gente ama questa maglia, che ha un affetto speciale per ciò che ha rappresentato, per i giocatori che lhanno indossata. Per questo la rispetto. Però, quando entro in campo con tutta la squadra, una maglia è importante e significativa come laltra. Tutte sono maglie della Juventus, una cosa dal grande significato».

Ma torniamo al match contro la Lazio: è il 18 agosto dellanno 2013, una calda domenica sera romana. Le due compagini si schierano in questo modo, agli ordini dellarbitro Rocchi.

LAZIO: Marchetti; Cavanda, Biava, Dias, Radu (dal 57Ederson); Ledesma (dal 57 Floccari), Biglia; Candreva, Hernanes (dal 70 Onazi), Lulić; Klose. In panchina: Bizzarri, Strakosha, Ciani, Crecco, Rozzi, Gonzaléz, Kozak, Cana, e Novaretti. Allenatore Petković.

JUVENTUS: Buffon; Barzagli (dal 75 Cáceres), Bonucci, Chiellini; Lichtsteiner (dall82 Ogbonna), Vidal, Pirlo, Marchisio (dal 21 Pogba), Asamoah; Vučinić, Tévez. In panchina: Storari, Ogbonna, De Ceglie, Giovinco, Llorente, Marrone, Padoin, Quagliarella, Matri, Isla. Allenatore:Conte.

«È tornata la Juve – si legge sul sito di Repubblica – dopo un precampionato anonimo, alla prima gara ufficiale la squadra di Conte rispolvera la propria superiorità tecnica e tattica e travolge per 40 la Lazio nella finale di Supercoppa. Un successo pesante che consente ai campioni dItalia di raggiungere il Milan a quota sei in vetta allalbo doro della manifestazione e che conferma che anche questanno sarà dura strappare lo scudetto dal petto ai bianconeri. La Lazio torna a casa a testa bassa, umiliata davanti ai propri tifosi ma anche con la consapevolezza che il risultato, in fondo, non rende merito allo sforzo profuso. Per un tempo i biancocelesti hanno giocato alla pari con i rivali crollando psicologicamente solo dopo aver incassato di rimessa il raddoppio da Chiellini. Di certo il modulo col doppio playmaker non ha convinto, tanto meno Hernanes nel ruolo di trequartista alle spalle di Klose. Per Petković, insomma, cè ancora da lavorare.

Alla prima ufficiale della stagione Conte è andato sul sicuro proponendo il tanto caro 352 con Tévez unica novità rispetto alla passata stagione. Petković ha replicatovarando il nuovo 4231 con Biglia secondo regista accanto a Ledesma e Cavanda rispolverato in extremis titolare dopo sette mesi a causa di un sospetto stiramento dellultimora occorso a Konko. Le due squadre in avvio hanno badato al sodo puntando più a non farsi sorprendere che a creare. La Juve, malgrado la buona volontà degli attaccanti di cercare il dialogo di prima, ha peccato di precisione, la Lazio, malgrado la velocità di Candreva e il dinamismo di Klose, ha puntualmente sbattuto contro la solida difesa bianconera, sorretta soprattutto dagli attentissimi Bonucci e Barzagli.

In questo contesto non poteva che essere un episodio a sbloccare la contesa. È arrivato al 23: Pogba, appena entrato per rimpiazzare Marchisio, dolorante al ginocchio, si è trovato al posto giusto al momento giusto su una corta respinta di Radu dopo un cross di Lichtsteiner e con un gran sinistro in girata ha bucato Marchetti. La Lazio ha reagito con carattere ma non ha trovato da Hernanes e Lulić ladeguato supporto per fare la differenza negli ultimi venti metri. E il risultato è stato che lunico pericolo per Buffon è arrivato da un sinistro velenoso dalla lunga distanza di Radu. La partita, in pratica, si è chiusa al 52: la Lazio si è fatta trovare scoperta dopo aver calciato un angolo e la Juve lha cinicamente infilata con Chiellini, pescato solo in area da Lichtsteiner, lanciato in contropiede da Vidal. La squadra di Petković si è smarrita e, nel giro di soli due minuti, ha subito altri due goal. Prima dallo scatenato Lichtsteiner, bravo a chiudere un triangolo con Vučinić, e poi da Tévez, smarcato in area da Pogba. La Lazio ha cercato fino in fondo il goal della bandiera ma a impedirgli anche la minima soddisfazione ha pensato Buffon bravo soprattutto a impedire a Klose, lanciato solo davanti alla porta, di segnare il primo goal in carriera ai bianconeri. Il modo migliore, per il portierone azzurro, per festeggiare il quinto trofeo personale nella competizione».

«I grandi giocatori si vedono quando conta – afferma Buffon a fine partita rispondendo alle critiche per il non esaltante pre-campionato juventino – non si vedono nelle varie tournée in giro per il mondo, ma quando c’è da vincere. Credo che Conte sia per noi un valore assodato, un grande merito per tutti questi trionfi va sicuramente attribuito a lui, ma qualcosina anche a noi».

«Io ero molto sereno – ammette Conte – perché conosco i miei calciatori e li conosco soprattutto come uomini. Sapevo che oggi avremmo affrontato la partita col giusto piglio, sono partite secche dove non c’è domani, conta solo oggi e conta vincere, conta continuare a scrivere la storia. È il secondo anno che, oltre allo scudetto, vinciamo pure la Supercoppa italiana, merito di questi ragazzi che hanno fatto e che stanno facendo qualcosa di straordinario. Sappiamo che sarà un’annata molto difficile e stasera ce ne siamo resi conto. Non ho mai avuto paura, in questo pre-campionato così sofferto, di aver perso la mia Juve. Dopotutto, abbiamo perso solamente una partita e abbiamo fatto un’ottima preparazione. Sappiamo che dobbiamo ancora smaltire i carichi di lavoro ma, nonostante questo, oggi abbiamo giocato con la testa e nella maniera giusta. Abbiamo vinto meritatamente e sono molto contento».

Se il buongiorno si vede dal mattino… non potrà che essere una stagione radiosa. E così sarà, con la conquista del terzo scudetto consecutivo e il record di punti. Solo in Europa saranno cocenti delusioni: prima la neve e le ruspe di Istanbul, poi i lusitani del Benfica chiuderanno le porte dellEuropa in faccia ai ragazzi di Conte. Ma, questa, è una storia già scritta e già vissuta tante tante tante altre volte.

Di Stefano Bedeschi