Uno strano Roma-Juve tra Beha, De Rossi e la mattina dopo

 

Quei giorni in cui qualunque cosa scriva sbagli, nuova puntata.

Sinceramente, non ricordo neanche quando fu l’ultima: ripensandoci, non può che risalire a Firenze, una vita (e un modulo) fa.

Non perdevamo una partita da gennaio e qui oggi saranno 30 gradi, il che spiega piuttosto bene quanto non siamo abituati, giustifica gli impacci con cui reagiamo. Chi si dispera eccessivamente; chi se ne frega del tutto, sicuro che il meglio debba ancora venire: non ci ricordiamo più come funziona la vita dopo una sconfitta. Il che è fantastico, eh, tranne appunto quando si perde e non sappiamo che fare.

 

Roma-Juve, di solito, per uno juventino romano è la partita dell’anno. Se piazzata alla terz’ultima, con le due squadre ai primi due posti della classifica, poi, durante tutta la settimana precedente non si dovrebbe pensare ad altro.

Stavolta non è stato così.

 

Sarà che il weekend è cominciato con la triste notizia della morte di Oliviero Beha, uno dei pochi giornalisti che ha detto le cose che si dovevano dire, quando però non si poteva dirle. Viene ricordato sui soliti media con accorati ricordi sul Camerun, le inchieste sul calcio, tutta la sua carriera, salvo omettere le sue scuse per avere coniato l’improprio termine “Moggiopoli”, i pensieri su Moratti e lo scudetto a tavolino, le censure della Rai per le sue prese di posizione sul tema.

Il Beha che non trovava spazio, né allora né adesso.

 

Saranno i 5 scudetti di fila, sarà che pure noi più diffidenti e prudenti abbiamo involontariamente assimilato le idiozie dei media su trofei già apparentemente conquistati da mesi, sarà soprattutto che sta arrivando un altro impegno cui teniamo molto di più, ma non è stato il solito Roma-Juve.

Loro sin dalla vigilia più mosci, noi più baldanzosi: ruoli ribaltati rispetto al solito, risultato pure. Rabbia finale, ovviamente parlo per me, quasi nessuna.

L’assenza di Dybala, Alves, Sandro, Chiellini, il centrocampo sperimentale con Pjanic e Lemina erano un segnale: cerchiamo di chiuderla, altrimenti dovremo farlo la settimana prossima. In mezzo c’è una finale, un’altra, la meno importante ma pur sempre un trofeo.

 

Saranno state anche le dichiarazioni nel pre partita di Spalletti, vero uomo di sport come da quelle parti non se ne vedono così di frequente: complimenti ai rivali più forti, e chi se ne importa se poi le radio ti impallinano perché vogliono il loro campione di un tempo in campo anche oggi in memoria di ciò che fu o perché, più semplicemente, i complimenti alla Juve non si devono fare mai.

O magari saranno state le frasi di De Rossi appena conclusa la partita. Perché De Rossi, che in campo purtroppo si lascia andare un po’ troppo spesso a comportamenti non proprio irreprensibili, appena l’arbitro fischia la fine diventa il più lucido di tutto. Non gli farà piacere, ma diventa il più juventino di tutti. Come anni fa, dopo una lunga serie di episodi fortunati per l’Inter disse quello che pensiamo e sappiamo tutti ma nessuno ha mai detto, soprattutto da quelle parti: “mi chiedo cosa sarebbe potuto accadere se fosse successo alla Juve ciò che è successo all’Inter”. E così ieri, appena finita la partita, adrenalina ancora addosso e lui lucido, subito i complimenti agli avversari e poi la frase che a Roma, come in altri posti d’Italia, non si può dire: “forse lo capiremo tra qualche anno, ma abbiamo avuto di fronte una squadra che ha fatto la storia del calcio”. No, caro Daniele, non si può dire.

O meglio, si può, anche restando idoli dei propri tifosi, ma si resterà ben lontani dal ricevere l’amore dedicato a chi ha sempre trovato alibi, a chi parla del “campionato a parte”, a chi quando vince fa il gesto del 4 per irridere gli sconfitti, altro che riconoscimenti e complimenti ai rivali

 

Poi, per fortuna, arriva la mattina dopo, con i tifosi della Roma che tornano su di giri come piace a me, impegnati a inviarci foto, meme e sfottò per la vittoria, frasi sbruffone tipo “a Roma non si passa” o “qui non si festeggia” (eppure ne ricordavamo un po’, di feste proprio lì), Nainggolan che scrive a uno juventino di “non rosicare” (capito? Nainggolan a uno juventino, cioè un tipo che viene da scudetti di fila e tutto il resto), i supporter del Napoli furiosi perché la Juve non si è impegnata (dopo gli strali contro le nostro vittorie nette per scansamento altrui, quelle di misura ovviamente grazie a qualche arbitro, ecco dunque quelli contro le nostre sconfitte perché non ci siamo impegnati abbastanza) e torna subito la voglia di dimenticarsi di loro e pensare alla Lazio, al Crotone, al Real.

Di giocarci tutto in venti giorni, mentre agli altri da tempo non rimane che parlare.

Secondo il naturale ordine delle cose.