Se7en: vizi e coppe made in Juve

Dove eravamo rimasti? Al binocolo o al cannocchiale, punti della vista più o meno sconsolata: per più di qualcuno il 17 e il 21 maggio, per molti il 3 giugno.

Comprendo chi tutt’ora non ha forza per strappare quella pagina di fine primavera, non comprendo chi ha sbrindellato tutto. A questi ultimi dico: ricominciare dalla fine, continuamente. Alla Del Piero, che ogni finale di stagione ringraziava chi non smette di credere e non chi si assuefa alle medaglie di casa.
Sportive eppure profonde inclinazioni dell’anima, i vizi capitali del tifoso.

 

Costantemente insoddisfatti gli avari, dallo sfrenato bisogno di ottenere il mancante; la vita è già molto comoda, ma il desiderio è possedere molto più dell’agio. C’è chi deborda e tira in ballo Dio: anche lui non può fare alcunché, la meta è irraggiungibile per disegni che vanno oltre il divino.

Vogliono un bene che altri hanno moltiplicato per dodici e, temono, moltiplicheranno ancora. Sono invidiosi. Non portano rancore a chi possiede, non augurano del male; indirizzano l’astio alla propria parte, che ha fallito ed ha generato dolore. Non importa se la sconfitta è sacrosanta, non rinunciano all’orgoglio e pretendono il godimento della cosa.

Sono infelici come i superbi. Benché la posizione di privilegio sia presunta piuttosto che reale, sovrastimare le proprie possibilità porta alla pretesa della conquista. Forse è questo il peccato con la P: le ipotesi diventano assiomi, le tesi non sono argomentate.

Lussuriosi perché obliano cosa sono e da dove vengono, in testa solo la personale soddisfazione. Egoisti ed indifferenti, la mente accecata dalla volontà turbata; vomitano le proprie pulsioni legittimandole con la ricerca del piacere. Ottusamente golosi, sfrenati e lontani dalla modestia e dal controllo di sé. Schiavi del desiderio, senza alcuna cura del contesto.

Quando l’istinto si abbassa tanto da offuscare sia mente che cuore, si palesa l’impulso dell’ira. Da una parte l’assenza di freni inibitori, il comportamento improvvisamente aggressivo e la vendetta contro chi ha originato rabbia; d’altra parte l’allontanamento, l’auto-stigmatizzazione e l’infida riservatezza che danneggiano il sé.

Dall’ira allo sfinimento, dallo sfinimento alla tristezza, dalla tristezza alla noia. L’accidia è il male del didentro: l’indifferenza, le ganasce alle iniziative e lo sfiato della malinconia, la deficienza di ogni gusto che rende inattivi. Anche la fede non c’è più, persa nel vuoto interiore. La depressione delle sensazioni, l’appiattimento o, peggio, la cancellazione degli interessi.

 

Sono sette i peccati di chi ha perso sette finali e vinto già sette Supercoppe. E domenica 13 (eh) si torna a fare il mestiere. Un altro tragitto, altre salite ed altre discese, altri scatti ed altri stop. La solita certezza: la società è pronta e la prontezza è il primo segreto per il successo.
Sono sette gli scudetti che vogliamo mettere in fila. Dall’alto del nostro potere raggiunto e dall’ascensore della nostra capacità di cambiare, adattarsi, improvvisare; chiedere al mister, che merita di tenere lezioni sul tema. Pirlo, Vidal, Tévez, Pogba, Morata, Bonucci, Dani Alves…Ma il drago ha altre sette teste, vero Trap?
Gli obiettivi sono solitamente fissati a lungo termine perché i fallimenti nel breve provochino minore afflizione. La nostra opera incompiuta è (quasi) sempre verde-bianco-rossa, c’è di molto peggio…

Dico soprattutto a voi, annoiati: la passività e la reattività non sono parallele e s’incontrano; voi, che siete abituati a vivere da vittime, piangerete al ricevimento della felicità. Cioè, vi abbraccerete. Ci abbracceremo. Tutti alla stessa maniera, senza vizio, senza rancore.