Roberto Baggio, l’arte della fuga

Roberto Baggio, lui non era come tutti gli altri.

Mi tuffai nei Mondiali del 1990 come se fossi stato uno dei calciatori convocati. Una sorta di ritiro spirituale. La scuola era finita. Le giornate erano già lunghe e oleose a causa del primo caldo, e finito il campionato c’era a disposizione un mese intero di calcio supplementare, quanto ne bastava per costruirsi una seconda vita e una seconda identità. A meno di un mese dai Mondiali, il giovane talento Roberto Baggio era passato dalla Fiorentina alla Juventus, un trasferimento che a Firenze aveva scatenato moti di piazza, feriti, una vera e propria guerriglia urbana. I vecchi tifosi lo consideravano un traditore, mentre io, che ero tra i nuovi, mi apprestavo a eleggerlo re indiscusso e salvatore della patria, dopo alcune tra le peggiori stagioni della Juventus da quando ero venuto al mondo e una (89-90) nobilitata dalla doppietta Coppa Italia e Coppa Uefa. Era, doveva essere il messia, il nuovo Platini.

Baggio aveva giocato a sprazzi nelle prime due partite dell’Italia vinte di misura contro Austria e Stati Uniti, buone prestazioni senza picchi di eccellenza, mentre era dato titolare dal primo minuto contro la Cecoslovacchia. La vittoria era d’obbligo. Il primo posto nel girone eliminatorio avrebbe permesso all’Italia di continuare a giocare a Roma le notti magiche fino all’eventuale finalissima, perché quando il Campionato del mondo si gioca in casa, l’imperativo è vincere. La forza del desiderio, in quei giorni, si materializzava nell’atmosfera e penetrava sottopelle. La festa era l’unico orizzonte comune, la strada festante e tricolore di patriottismo simbolico, l’unico spettacolo serale che poteva sconfiggere gli echi della morte simulata nei panni della notte.

Roberto Baggio era reduce da un campionato eccelso con la Fiorentina, prestazioni e reti straordinarie, proprio quando più nessuno se l’aspettava. Al suo talento cristallino era saltato un ginocchio, un brutto infortunio che gli aveva addirittura messo a rischio la carriera: contro la Cecoslovacchia avrebbe affiancato l’uomo della provvidenza Schillaci, spirito brigante dagli occhi spiritati, maschera del Meridione che viveva alla giornata, magico ed enfatico, astrologico e scaramantico. Anche lui juventino. Da Baggio mi aspettavo molto. Era guarito, quindi doveva rendere. Gli addetti ai lavori volevano in campo la coppia d’attacco che alla vigilia era la più accreditata per la titolarità: Vialli l’astro nascente poi confermatosi il miglior attaccante italiano di quegli anni, e insieme a lui Carnevale, il vecchio bomber scafato, e per Baggio sbagliare partita avrebbe significato finire in panchina nei match successivi, quelli decisivi della fase a eliminazione diretta.

L’attesa, era enorme.
Il mio primo incrocio con il gesto assoluto figlio del talento di Baggio era stato il 17 settembre 1989, Napoli – Fiorentina. Di fronte a Maradona, nel primo round di un ipotetico passaggio di consegne tra fantasie sublimi, Baggio aveva segnato un gol formidabile partendo dalla propria metà campo. Nulla di paragonabile a quello di Diego contro l’Inghilterra. Baggio il suo capolavoro l’aveva realizzato viaggiando a una velocità media di molto inferiore. Aveva ricevuto palla nella propria metà campo, almeno a settanta metri dal bersaglio che luccicava sotto il sole squillante e il presidio di Giuliano Giuliani, portiere esplosivo come una lince. Quando Baggio partì era lontano dal traguardo molto più di Maradona, e per almeno quaranta metri lui non trovò alcuna opposizione, e proprio in quel vuoto dinamico, in quello spazio d’improvviso riscoperto libero, Baggio era in grado di riconoscere le condizioni perfette per esprimersi.

Quella volta, mi abbandonai all’estasi. Roberto Baggio non era come Maradona, che in campo portava dentro di sé il fuoco sacro dell’ambizione universale. Non era perfettamente in grado, come Diego, di consacrare se stesso dove tutti avrebbero preteso di vederlo, cioè nel luogo celestiale che celebra l’idolo supremo, condizione naturale entro la quale Maradona sembrava totalmente disciolto e perfezionato.
Baggio al contrario sembrava un uomo insicuro. Introverso. Per lui, il mondo esterno è sempre stato molto più piccolo di quello interiore. Nella sua andatura, nel suo modo di correre contrassegnato da una curvatura che non sembra volgere né al finito né all’infinto, nella circospezione perenne da preda accerchiata, Baggio sembrava spaventato dall’ossessione di essere inseguito, da una lama affilata, dai prodromi di una tragedia, dai cicloni delle energie contrarie. Prima di mettersi in azione, Baggio sembrava sempre bisognoso di guardarsi intorno e di sentirsi minacciato, per poi innescare una reazione. Aveva bisogno di sentirsi alle strette, e su quella claustrofobia elaborava ogni volta una fuga perfetta, come se percepisse intorno il suo nemico, come se avvertisse la realtà restringersi e farsi opprimente, con i suoi enigmi e le sue minacce. In quel vuoto che sapeva di poter riempire solo con il talento puro, Baggio reagiva sempre. Accelerava. Non ventava potenza muscolare insolita. Piuttosto era agile e sgusciante come una lepre. Il pallone tra i suoi piedi sembrava coperto di colla.
I suoi sorveglianti si schieravano, provavano a ostruire i corridoi. Ma inganno dopo inganno lo spazio gli si dischiudeva intorno e lui poteva avanzare in solitudine, e il vuoto si riempiva d’immaginazione. Baggio alzava lo sguardo, tener d’occhio il pallone non gli serviva, era una sua protesi corporea. Cercava i pericoli. L’ambiente circostante doveva sembrargli denso e magmatico, grondante di fantasmi immateriali: la sofferenza patita durante l’infortunio, tutta l’insicurezza di uscirne, il peso di dover onorare un talento così mostruoso, sembravano il suo kerosene. Acufeni che rimbombano, che incombono alle calcagna. E Baggio lanciato a rete diveniva inarrestabile, doveva sprigionare una reazione e conosceva un solo modo per disintegrare lo spettro, una sola strada per esorcizzare la malinconia corporea che portava in viso, e che luccicava negli occhi verdazzurri e sottili come coltelli. La sua strada era il gesto tecnico, il tocco poetico.
Che in Baggio non sembrava generarsi come diretta emanazione di un genio incontrollato e demoniaco: sembrava piuttosto il prodotto del bisogno autentico di esprimersi attraverso il gioco, in vista di una vagheggiata liberazione. Le sue azioni avevano sempre senso. Un senso profondo, a volte nascosto, tuttavia sedimentato nel loro divenire: portare a termine la fuga. Così incalzavano le sue falcate, rapide e nude. Baggio voleva vincere, viveva per vincere, e voleva anche godere dei privilegi della star, ma voleva farlo senza snaturarsi, senza rinunciare alla sua natura primaria, fatta di straordinarie combustioni e di pause, di tentennamenti, di crolli repentini, di sparizioni e di capitomboli fino ai confini segreti del fallimento. Per poi ribellarsi ed emergere, fino all’apice del Pallone d’Oro.

In ogni azione Baggio sembrava interpretare il continuo rincorrersi della sua vita in destino.
E contro la Cecoslovacchia? Contro quali demoni avrebbe dovuto lottare? Aspettai la partita con frenetica trepidazione. Come poteva accadere quel miracolo d’irrazionalità? Com’era possibile che la prestazione personale di qualcuno che non ero io stesso in un match in cui io non ero impegnato, potesse influenzare così nel profondo la mia emotività? E chi era per me, e per qualche altro milione di coetanei il ventitreenne con cui volevo sentirmi legato da un’amicizia profondissima pur senza averlo mai visto in vita mia, e per le cui vicende sportive e individuali mi palpitava il cuore? Platini si era ritirato da molto tempo, e io avevo bisogno di un nuovo prìncipe del mondo di sogno da usare come sonda, come proiezione di me stesso nell’universo. Ma anche in quel caso, come in ogni rapporto basato sulla fedeltà assoluta, c’era bisogno di una prova. Baggio voleva la mia fede? Voleva passione senza pari, passione cristallina? Doveva guadagnarsela. Mi aspettavo qualcosa di straordinario e non fui deluso.

A dodici minuti dalla fine, dopo una partita discreta ma non eccelsa, Baggio fu servito da Giuseppe Giannini nei pressi della linea laterale sinistra, pochi metri dopo il centrocampo. Giannini era un ottimo geometra, e sullo scambio stretto con Baggio gli restituì il pallone nel punto perfetto, sulla corsa di Roberto, come se stesse offrendo una lezione di trigonometria in tre dimensioni, perfetto calcolo delle radianti così come Copernico le aveva usate per comprendere i fenomeni celesti, e Baggio si ritrovò il pallone sui piedi nello slancio. Fu allora che si ricrearono le condizioni magiche, lo spazio vuoto per pensare. Baggio vide lo spazio restringersi sotto la vigilanza di Hašek e Kinier, ed ebbe l’attimo per innescare la sua fantasia come appiglio unico per la fuga, come enigma assoluto, quando ancora il ritmo del gioco anche al suo più alto livello lo consentiva, con l’onnipotenza del pensiero ancora predominante sull’efficacia motoria, in modo che la sua azione ricca d’infingimenti e le sue finte ingannevoli, e il suo procedere, godessero di un tale anticipo sulle intenzioni dei suoi oppositori che nessuno di loro avrebbe potuto fermarlo. E poi il salto. Il solito salto, per evitare la forbice violentissima di Hašek che avrebbe potuto frantumargli ginocchio e caviglia, il volo principesco dietro al pallone con la criniera al vento. E infine, appena immerso nell’area di rigore, il gioco di gambe illusorio, la fuga fintata a sinistra, una tecnica vertiginosa di sparizione e apparizione. Il pallone come il coniglio sotto il foulard per rientrare sul destro, e in allungo, un attimo prima della corsa liberatoria che doveva simboleggiare l’ennesima fuga riuscita, la parabola curva a scavalcare il portiere, lo spilungone Stejskal. Fu il 2-0 finale. Da quel momento Roberto Baggio divenne per me il numero uno degli eroi del mondo di sogno, forse l’ultimo prima che l’universo del calcio smettesse di essere per me un universo mitico incontaminato e si degradasse in un fantastico romanzo.

Ultimo tra i prìncipi inclini a guerreggiare con l’arma unica e sola della fantasia, Roberto Baggio aveva il potere di restituire la condizione dell’infanzia anche quando era a fine carriera, a incantare in provincia dove l’ossessione di vincere non c’era, e dove era possibile per lui esprimersi secondo natura, secondo i cicli di nascondimento e deflagrazione improvvisa, di assopimento e lucentezza che gli erano genetici, secondo l’alternanza tra trionfo e tracollo. Un meccanismo fatale che si era manifestato con tutta la sua veemenza ai Mondiali statunitensi del 1994, il momento simbolico che in diretta globale sancì la compiuta modernizzazione del calcio da sport spettacolare a spettacolo dello sport.

In soli trenta giorni, dal primo incontro fino alla finalissima persa dall’Italia ai rigori contro il Brasile, Baggio riuscì a oscillare tra la celebrazione totalitaria e la disfatta all’apparenza irreparabile: l’acme negativa raggiunta con la celebre sostituzione contro la Norvegia, per poi risalire grazie ai soliti colpi di genio, fino alle fughe che esaltarono il mondo nella fase a eliminazione diretta contro Nigeria, Spagna e Bulgaria, prima dell’ultima nuova disfatta: la finale di Pasadena, sancita dall’abbaglio sull’ultimo rigore, che proprio lui calciò verso il vuoto.

Baggio per uno come me era un rapporto impegnativo. Quel suo moto caotico attratto magneticamente dagli estremi era la perfetta idealità dell’adolescenza. L’azione di Baggio, pervasa dai segni della fatalità e del destino, offriva la sensazione magnifica di essere circondati dalla propria anima, e di poterla osservare vivida e riflettente. L’identificazione era completa. La nostra sorte unica. Come in una danza composta di passi en l’air adeguati alle sonorità musicali che si forgiavano nei recessi dell’anima. Era esaltante, per questo, condividere la sua stessa sorte, nel bene e nel male.

Tratto da “Gloria agli eroi del mondo di sogno”, Il Saggiatore, 2014