Rivoluzione anticipata

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Rivoluzione è un termine che ha perso molto del suo radicalismo, del suo senso eversivo, perché preso in costante affitto dalle metafore in ogni ambito della vita quotidiana: nel progetto Juventus questa (metafora) è sempre o quasi soltanto esogena, esterna, pronunciata da chi tifa e di chi osserva (o da chi prova a fare entrambe le cose); è oltretutto prettamente tardo-primaverile, svolte tattiche escluse (vedi 4231 del gennaio 2017), salvo poi accorgersi che mai questa società la fa propria, troppo lontana questa necessità del diverso dalle esperienze Juventus e dal suo codice genetico (il 1990 viene ancora citato in ogni corridoio, in ogni dibattito storico, in ogni forum).

Perché allora questa premessa? Perché, metafora per metafora, non saranno mai i simboli a fare le rivoluzioni (la 10 a Dybala è quanto di più logico e conservativo si potesse fare, e ben venga). Solo la mera pratica, che in questo contesto corrisponde  al metter mano e aggiornare l’organico, adeguarsi agli eventi da parte della “società” armata e delegata dalla “proprietà”: in sintesi farsi trovare pronti (anche quando non ci si direbbe pronti) a prendere decisioni, a guardare avanti, anche oltre la pianificazione astratta, lo scouting quotidiano, la fitta rete di relazioni nazionali e internazionali la cui maggioranza sono naturalmente costruite più sulla diffidenza che su una (rivoluzionaria e improbabile) amicizia. Ci si mettano anche i calciatori/azienda, vera variabile incidente e conclamata del nuovo millennio. Mica semplice…

Eccola, la pratica. L’estate 2017 che assale la retorica (non del tutto infondata) spesa intorno all’estate 2018. Eccola, la rivoluzione che avrebbe dovuto essere: l’estate dei Mondiali e di coloro che spingono per arrivarci attraverso un anno di grazia e motivazioni (Mandzukic, Khedira, forse lo stesso Higuain: perché non è più vero che nell’anno fatidico si toglie una marcia), l’addio di Buffon e la profezia realizzata dell’erede, quello di Barzagli, una serie di contratti “storici” in scadenza naturale, Chiellini chissà e Bonucci simbolo di una non semplice continuità nel reparto chiave della rinascita che ha intanto prenotato Caldara, Marchisio che farà né più né meno che da uomo di rappresentanza e garanzia simile al Conte di fine carriera. E tante grazie. Il centrocampo fa capitolo a parte, per anni a venire un po’ enigma e un po’ nostalgia, come quando hai avuto Pirlo, Vidal e Marchisio. Prima o dopo sarà di Marco Verratti, c’era scritto. O di almeno un “padrone” in quanto tale e gli alfieri intorno, coloro che poi si prendono l’amore della tifoseria.

Bene, molto è già cambiato rispetto a questa narrazione scolpita nelle teste degli juventini da tonnellate di sovrappensieri. E qualcosa di appresta a cambiare ancora da qui al 31 agosto. Si è e si va dentro una rivoluzione anticipata. Si passa per archeologi del calcio a disquisire dello stretto undici-base, della cosiddetta dorsale centrale, del combinare tra loro le caratteristiche individuali e nel fare il gioco del titolare/riserva. Ormai le squadre sono sistemi larghi e complessi, figli di necessità che da fuori sovente sfuggono.

Così, guardando il campo da dietro, Dani Alves ha mollato prima e Bonucci ha smesso mesi or sono di sentirsi un prode soldatino. In termini di possesso, costruzione bassa, personalità complessiva e intraprendenza la retroguardia è snaturata. Ci si appresta a una trasformazione di pensiero repentina, tant’è che Allegri preme per tornare ad avere una linea arretrata aggressiva (per tutti gli amanti della Bundes) e la società apre all’en-plein, senza paura, pronta com’è a liberarsi di due pilastri dell’Antico Libro quali Lichtsteiner e Asamoah (pochi euro e con l’accordo fatto, ma non zero come vorrebbe il Galatasaray).
Riassunto fin qui: tre esterni nuovi su quattro, e il quarto è Alex Sandro, cioè colui che secondo Conte merita di venirgli appiccicata l’etichetta (momentanea) di difensore più costoso della storia.

E non basta. Marotta a questo giro non può dedicarsi all’amata virtù del puntellare. Il pokerissimo dell’estate 2016 non ha avuto portata innovatrice, ha permesso di salire un gradino con l’andatura precedente mettendo i soldi e i nomi al centro di tutto (non s’aspettava altro per sentirsi grandi davvero!).
Tanto il 2018 arriverà. E, invece, è arrivato il 2017.
L’estate degli under 23, che va da Bentancur fino soprattutto Rugani, molto presto un prossimo Bonucci o un antico Porrini senza che per forza si vada nella trappola del fallimento. La sessione della rianimazione dell’attacco che adesso prevede nella categoria gli esterni da superiorità numerica quando entrano in campo e le mezzepunte come una volta, anche fossero due ancora tra Keita, Schick e Kean (attaccanti, punto).
Non chi, ma cosa.
Addirittura, si narra che Allegri pensi a come poter alzare il raggio di Pjanic tenendolo al centro della vicenda tecnica.
Vista così persino l’agognato nome del centrocampista, se non staglia, diventa poco interessante.
Naïf, spregiudicati, altezzosi. Vulnerabili eppure costruiti per continuare a vincere. Con un campione alla volta e una serie di possibili mostri intorno (aggiorniamoci al 1 settembre, con tre partite antipasto e il bello ancora da venire).
Accettiamo la sfida.
Tanto, poi, il 2018 inevitabilmente arriva.