Otto volte Cuadrado, storia e speranze di gol mai banali

Cuadrado

Ci sono vari modi per entrare nella storia di una società come la Juventus. Juan Cuadrado ne ha scelto uno particolare, che forse non lo porterà ad incidere il suo nome su una stella dello Juventus Stadium ma nei cuori di tanti tifosi certamente si.

Sempre sul filo molto sottile che divide un sonoro “vaffa” da uno stropicciamento di occhi davanti ad una delle sue meraviglie, Juan è uno di quei classici giocatori che quando è in panchina speri che entri al più presto e quando è in campo talvolta ti chiedi a cosa serva realmente. Uno di quelli che crea fazioni all’interno del tifo, per intenderci.

Eppure, quando tra qualche anno riavvolgeremo il nastro di questi fantastici anni che la Juve ci sta regalando, un pezzetto, nemmeno tanto piccolo, di quel nastro dovrà per forza portare il suo nome. Perché tutto si può dire di Cuadrado, tranne che sia uno banale.

Se l’essenza del calcio sono i gol, ebbene, Juan ha scelto con meticolosità ed esattezza a chi e quando realizzarli. Pochi, 8 in tutto, quanti altri giocatori magari segnano in un girone di Champions, per dire, ma tutti, o quasi, con un peso specifico particolare.

Il suo primo gol in maglia bianconera è forse il gol più celebrato dello scorso campionato, quello che a detta di tutti permise alla Juve di lanciarsi in quella folle rincorsa verso uno scudetto impossibile. E banale non fu nemmeno il contesto e l’avversario: il 93’ di un derby in parità è un luogo affollato di speranze, tensione, rabbia agonistica. E lui, Juan da Necoclì, chiese spazio a tutti e si catapultò su quella palla proveniente da sinistra per far esplodere, seconda volta in due anni, lo Stadium all’ultimo respiro contro il Toro.

E poi te lo immagini lì, concentrato a capire quale poteva essere un’altra occasione speciale. E cosa, meglio della Fiorentina, sua ex squadra, che dopo tre minuti è già avanti allo Stadium? Detto, fatto. Colpo di testa a pallonetto e 1-1, col tentativo di non esultare, ma noi quel sorrisino beffardo sull’abbraccio di Barzagli sotto quell’ammasso di capelli ricci lo abbiamo conservato da qualche parte nel cuore…

Poi è Frosinone, campo pesantissimo, non l’ideale per lui, in una scura domenica di febbraio, sette giorni prima dello scontro diretto col Napoli che vorrà significare sorpasso decisivo. E a un quarto d’ora dalla fine, sullo 0-0, nel bunker allestito dai ciociari, quando comincia a subentrare quell’ansia che ti annebbia la concentrazione, quando ti accorgi che sul divano accanto a te c’è seduto Blanchard, lui è lì, a ribadire in gol un altro assist dalla sinistra (costante dei primi tre gol in bianconero). 0-1, poi sarà Dybala, poi Zaza la settimana dopo, come un incastro.

Devono passare due mesi prima di ritrovarlo nel tabellino e, quasi a giustificarsi del fatto che, stavolta, non si tratta di un gol fondamentale, lo fa bellissimo, al Palermo, è il gol del 3-0 unico sorriso nella disgraziata partita dell’infortunio a Marchisio.

Ma, in mezzo, c’è stato, intanto, il Bayern, a Monaco. Il gol più bello della Champions, il gol fatto di “passa, passa, passaaaa!” a Morata e poi di “tira, tira, tiraaaa!” a lui. Il gol dello 0-2, quello che poteva essere e non è stato. Quel gol che, quando vuoi dimenticare tutto di quella sera, ti ritorna in mente e allora fai finta che sia finita lì, lui steso a terra e tutti sopra e… no, non ce la puoi fare, non è finita lì lo sai, ma negli occhi ancora quella danza senza musica con l’avversario sbilanciato e palla in gol.

Poi l’estate, il ritorno in Inghilterra, le trame del calciomercato che ha ragioni che la ragione non conosce (questa non è mia, lo ammetto), periodi in cui ci parlavano della sua voglia di tornare, ce lo descrivevano come un ostaggio da liberare. E forse non è andata proprio così, ma ci piace pensarlo.

E la storia coi gol in bianconero riprende dove era finita, in una trasferta di Champions, forse meno affascinante ma non meno difficile di Monaco. Lione, dove Gigi conserva lo 0-0 e poi, ad un quarto d’ora dalla fine, Juan mette una palla che i più pignoli ancora si chiedono se era un cross o voleva metterla proprio lì, ma come al solito, in questi casi, la risposta è chissenefrega.

E poi… Dopo Torino e Fiorentina mancava una squadra, di quelle che compongono il podio della rivalità storica.

Nella Fiorentina ha giocato e gliel’avranno detto mille volte: guarda: quelli con la maglia bianconera sono il male. E col Toro, da ragazzo intelligente, avrà capito che, trattandosi di derby, c’è qualcosa in più da mettere in campo. Ma che ne può sapere Juan, che aveva 10 anni ai tempi di Ceccarini e che giocava nelle giovanili del Medellin ai tempi di Calciopoli, di che cosa significhi, da qualche anno a questa parte, la gara con l’Inter? Ma in quel destro da fuori area c’era tutto questo, inconsapevolmente, forse; ma avessero potuto colpirlo, quel pallone, coloro che hanno sofferto a giocare a Rimini mentre quegli altri festeggiavano il bottino, non l’avrebbero fatto più forte.

Infine, ieri. A detta di parecchi la gara più delicata di questo periodo. Il rischio è che nella testa di tanti ci siano più Messi e il procuratore Pecoraro che Quagliarella e Muriel. Una di quelle gare che sembrano messe lì apposta dal calendario per complicarti la vita. Dopo la sosta c’è l’inferno, doppia trasferta a Napoli, poi il Barcellona. Una partita da vincere per non soffrire. E lui, l’uomo dai gol pesanti, dopo una decina di minuti scarsi, con un colpo di testa da centravanti di un tempo, ci dà l’illusione di un pomeriggio tranquillo. Così non sarà, si soffre fino alla fine, ma bisognava prevederlo: quest’anno, quando segna lui, è 1-0, non ci sono santi. Tre gol tra campionato e Champions, nove punti, tra i bianconeri senz’altro tra quelli che hanno inciso di più.

Ora, però, Juan, vedi che le rivali, oggi, sono altre due, quelle con le quali ci giochiamo qualcosa. E ci sono 3 partite per aggiornare le statistiche del cuore. Va bene anche al 90’ e anche se è l’1-0. Anzi, magari al momento no, ma dopo, sarà ancora più bello raccontarlo.