Non hanno ancora imparato niente


E’ stata una settimana particolare, come tutte le settimane che precedono i match contro le nostre innumerevoli rivali storiche. Ora ci aspetta quella pre Inter, poi ci sarà quella che precederà il Bologna, per arrivare a Natale con l’attesa del match con la Roma. A quel punto si ricomincia con l’anno nuovo con la Fiorentina, il Torino e così via. Tutte squadre che ci inquadrano come la “competitor” di sempre, l’avversario da battere, il nemico da sconfiggere. Quasi sempre a nostra insaputa.

Stavolta era il turno del Napoli, già candidato da inizio anno allo scudetto, primo in classifica, imbattuto, con la solita mezza Italia a sperare nel crollo definitivo della Juve, nel passaggio di consegne tanto atteso. Quello con la rivalità più antica, dobbiamo riconoscerlo, visto che a quanto pare risale a oltre 150 anni fa, più di 30 prima che nascesse la Juve; altro che go’ de Turone, quello è roba di ieri.

 

Ed è stata una settimana divertente, dobbiamo riconoscerlo.

Dopo mesi passati a incensarne il “bel gioco”, a celebrarne le sconfitte europee in quanto comunque giunte dopo partite ben disputate, fiumi di retorica su cosa voglia dire la squadra per la città, la città per la squadra, lo scudetto per la squadra e la città, la squadra e la città per lo scudetto, collegamenti in ogni trasmissione con attori, scrittori, artisti, ex giocatori, speciali sul “sarrismo”, alla fine si è scesi in campo.

E abbiamo vinto noi, è vero, ma non è questo l’aspetto più divertente o sorprendente.

 

Certo, è stata una gioia vedere la squadra così compatta, il gruppo unito, Higuain carico al massimo prima, durante e dopo la partita, il gol decisivo del Pipita; scoprire ancora una volta che si può avere il 67% del possesso palla, l’87% di supremazia territoriale (cit.), fare 21 tiri a 7 per ritrovarsi non solo con 0 punti, non solo con 0 reti, ma anche con pochissime occasioni, contro il gol e le altre 2 o 3 clamorose degli avversari, i quali evidentemente al loro umile e misero 13% di supremazia sanno dare un senso ben più profondo; svegliarsi con una classifica cortissima, a un punto dal sarrismo, dopo essersi avvicinati al match con lo spauracchio del meno 7 presagito (e auspicato) un po’ ovunque; dimostrare ancora una volta che se hai una rosa profonda e lo spirito giusto non contano assenze già previste, defezioni dell’ultimo minuto o recuperi miracolosi di giocatori non al massimo; constatare che i tuffi in area in partite così possono pagare una volta con Bergonzi ma poi almeno per dieci anni non valgono più, Var o non Var; che la Juve è ancora in grado di vincere incontri complicati, contro squadre molto forti, se ritrova la sicurezza e la convinzione persa in quel secondo tempo di qualche mese fa; che i tifosi contano, certamente, ma anche in 56000 (56001, col cuore azzurro Salvini) contro 0 non è detto che si vinca, se gli altri si dimostrano più concreti e concentrati.

E anche tante altre storie, perché avevamo bisogno di una serata così, da Juve, con risposta sul campo a qualche passo falso di troppo e soprattutto alle chiacchiere e alla retorica dilagante.

 

Eppure, la parte più incredibile della vicenda è stata un’altra.

 

Ciò che mi lascia sbigottito, ogni volta, è che non lo capiscono mai, i non juventini, quale sia da sempre l’unico modo di caricare al massimo la Juve e alcuni suoi campioni: fare proclami, alimentare polemiche sul nulla, aumentando così il livello di tensione.

Lo sanno i milanisti, che da quando hanno cominciato la lagna sul gol di Muntari, asserendo che la Juve fosse ancora in corsa grazie a quello, hanno perso punti ovunque, mentre la squadra di Conte era sempre più carica. Lo sa la Roma di Garcia, con i suoi proclami post 3-2 come “stasera ho capito che vinceremo lo scudetto” o le profezie di De Sanctis sulla Juve “stranamente” fragile in Europa, salvo dopo due giorni prendere 7 gol in casa dal Bayern mentre i bianconeri faranno fuori perfino il Real, arrivando in finale. Lo sa quella di Zeman, che torna dopo tanti anni, si rimette a parlare di noi, della squalifica di Conte, di quanti scudetti dovremmo avere e dopo mezz’ora è già sotto 3-0.

Lo dovrebbero sapere un po’ tutte, ricordando le risatine sulla Juve post Sassuolo, i mille articoli sui campioni a ottobre ormai fuori dal giro scudetto, i flop player acquistati sul mercato e così via.

 

Oh, non ci si crede: non lo hanno ancora capito. In una settimana (corta, perché finiva il venerdì) sono riusciti a combinarne di tutti i colori.

 

Il miliardo di pronostici, con la Juve che “rischia tutto”, il “confronto impari”, le “legnate sui denti”, il Napoli più forte e più bello. Faccio perfino una brutta figura (cit.), non augurando a Koulibaly di vincere la partita, come tutta Italia vorrebbe, e chiedendogli se avere contro Higuain, piuttosto che Mandzukic, cambierebbe qualcosa. “No”, risponde lui secco, “noi giochiamo sempre allo stesso modo e non cambia chi abbiamo di fronte”. Sarà…

Ma fin qui va beh, sono anche previsioni e risposte di circostanza.

 

Ecco che arrivano i pronostici illustri, quelli belli, quelli dall’interno, come De Laurentiis senior con il suo “vinca il migliore, cioè il Napoli” e De Laurentiis junior, il quale, saputo del forfait di Higuain, commenta convinto “era meglio averlo sul campo”, e anche qui ok, pare pure sportivo, ma non gli basta, sente di non avere detto abbastanza, di essere stato troppo cauto e vuole completare il ragionamento: “per dargli 4 gol”.

 

Ottimi presagi, ma manca qualcosa: la polemica, la voce incontrollata, lo spiffero.

Come spesso accade, ci pensa Dagospia: nello spogliatoio Juve c’è stata una rissa e tre stranieri (non è specificato se di razza caucasica o meno, l’unica certezza è che non siano nati nel nostro Paese) hanno chiesto la cessione a gennaio.

Chi?

Quando?

Come?

Dove?

Perché?

Manca tutto, ma in un momento delicato, a tre giorni dalla partita che rovescerà l’insopportabile status quo del calcio, conta il verosimile, mica i dettagli. Quindi come non tuffarcisi a pesce, cari illustri siti di quotidiani online senza la benché minima verifica? Ma figurati, è una chance colossale ed ecco che, tempo 3 minuti, la notizia fa il giro dell’universo. E’ ormai certa, confermata, la riportano tutti i siti. Anzi, chi saranno quei tre? Lo spogliatoio è una polveriera.

 

A questo punto c’è già la quasi garanzia di averci caricato al meglio.

E invece no, non basta ancora: lo stadio di Napoli ingaggia la sua personale guerra con Higuain sin dal riscaldamento, con lui che si carica ulteriormente, chiede di cantare, fischiare e insultare ancora, fa da direttore d’orchestra e loro non si fanno pregare.

 

Adesso sì, c’è proprio tutto. Possiamo cominciare.

E quando “il numero nove della Juve”, vatti a ricordare il nome, ci porta in vantaggio, si fa strada la netta sensazione che la serata sarà di quelle che piacciono a noi.

Perché la Juve è compatta e concentrata come non succedeva da un po’.

Perché “il numero nove” è carico come gli accade soprattutto in quello stadio.

Perché, anche se pare incredibile, non hanno imparato niente nemmeno stavolta.