Meglio non andare al Mondiale

Meglio non andare al Mondiale. L’alternativa dei prossimi mesi è tra soggiornare qualche settimana in Russia per fare la figura dei pellegrini (cit.) e uno shock che darebbe l’occasione di rifondare tutto il sistema calcio. Come ha fatto la Germania nel 2000, che dopo un decennio ha iniziato a essere competitiva, e lo è rimasta per un intero decennio, e chissà quanto ancora.

Spazziamo via le discussioni sul Ventura inadeguato, sul modulo che non esiste, sui ridicoli piagnistei per una spallata troppo rude di uno svedese qualunque. Noi juventini facciamo uno sforzo, abbracciamo Buffon, mettiamo nel cassetto l’orgoglio della (B)BC, le risatine nel non aver preso Verratti, archiviamo tutto e passiamo oltre.

Non andare al Mondiale può voler dire azzerare vertici federali inadeguati al mutare dei tempi, non reattivi, non pronti a raccogliere la sfida di un calcio che cambia incessantemente sotto i nostri occhi.

Non andare al Mondiale può voler dire ridurre il nostro campionato a una dimensione competitiva, senza carneadi prese a pallate anche dai raccattapalle, creando tempi e spazi per pianificare, studiare, anche a livello di Nazionale.

Non andare al Mondiale può voler dire obbligare tutte le società di Serie A e Serie B a dover iscrivere squadre in ogni categoria giovanile, dagli under 12 in su. Può voler dire obbligare quelle stesse squadre ad avere in rosa almeno 12 giocatori selezionabili per le nazionali di categoria.

Non andare al Mondiale può voler dire innescare un meccanismo virtuoso, obbligando i club ad avere mezza rosa di giocatori nazionali, e obbligandoli di fatto a crescerseli in casa, a investire pesantemente sul settore giovanile. Avendo come corollario una diminuzione del gap fra favorite e outsider che lavorano bene, accrescendo la competitività dei nostri campionati.

Per capirci: dal 2000 a oggi gli investimenti sul settore giovanile in Germania sono stati pari a un miliardo di euro. Investimenti che hanno fruttato in termini di hype della nazionale, solidità dei club, innescamento di una spirale virtuosa dell’intero sistema calcistico.

Non andare al Mondiale vorrebbe dire creare fin da subito spazi in prima squadra per giocatori italiani, oggi spesso sottovalutati per un cognome che non ha il suffisso “inho”, che svernano in panchina per far posto al giocatore esotico di turno. Non è una questione di sciovinismo, ma puramente tecnica. Dopo una manciata di anni significa mandare in campo giocatori che, pur relativamente giovani, hanno alle spalle un bagaglio di esperienza ad alto livello che gli consente di essere pronti prima, di essere competitivi prima. Con gli immaginabili vantaggi anche e soprattutto per le relative squadre di club. Per gli scettici: la Germania che vince il Mondiale 2014 è composta dai giocatori che nel 2009 si aggiudicano l’Europeo under 17 e quello under 21 (in 6 giocano la vittoriosa finale in Brasile).

Cito un passaggio di un articolo di Calcio&Finanza uscito tre anni fa, sulla scorta del successo tedesco:

I vari Neuer, Kroos, Goetze, Reus, Hummels, ovvero l’asse portante della selezione guidata dal tecnico Joachim Low, sono stati cresciuti e lanciati in realtà notevolmente distanti (calcisticamente) dalle grandi città e dai grandi club, ma solide economicamente e in cui vi era l’assoluta convenienza di puntare forte sui prodotti del vivaio, per rivenderli poi alle big del campionato. Risultato: oltre la metà dei giocatori della Bundesliga sono tedeschi, e i migliori, sono spesso scoperti a Wolfsburg, Gelsenkirchen, Rostock.

Per capire, concretamente, quello di cui stiamo parlando, ecco un po’ di numeri messi in fila da Pagina99:

Attualmente ci sono in Germania 366 centri di sviluppo talenti. Le squadre devono spedire i giocatori più promettenti a un paio di allenamenti supplementari a settimana in questi centri, sotto la supervisione di un totale di 1.300 allenatori. Da qui ci sono 29 coordinatori che fungono da contatto tra i 1.300 allenatori e le squadre professionistiche. I centri servono anche per definire le rappresentative regionali, da cui si scelgono le nazionali giovanili. Ogni anno transitano per i centri qualcosa come 600 mila ragazzini, per un budget attorno ai 25 milioni di euro.

Non andare al Mondiale significa avere l’occasione di creare un sistema virtuoso, in cui la presenza di calciatori nati e cresciuti nel posto dove giocano crea identità, fortificano l’appartenenza di un comunità intorno alla propria squadra, crea un movimento che va oltre alla dinamica stadio-ultras-piccolo schermo. Insomma genera dividenti culturali, sociali ed economici.

Non andare al Mondiale può significare ricostruire un modello radicalmente nuovo: assetti societari pensati specificamente per il mondo del pallone, stadi di proprietà, ripartizione intelligente dei soldi delle televisioni.

Non andare al Mondiale può voler dire tutto questo. È dal 1958 che non accade. Lo shock sarebbe tale da scongiurare il rischio di passare da un “Optì Pobà” a un altro, da un governo sostanzialmente disinteressato a un altro. Scongiurare una squadra che si ritrova a un playoff per propri demeriti, viene presa a pallate da un avversario modesto, e la butta in caciara per qualche gomito alzato, quasi fosse il complotto mondiale del gioco duro. Scongiurare un allenatore che colleziona figure risibili e si presenta ai microfoni lamentandosi dell’arbitro.

O forse no, forse prevarrà la melassa italiana, e risaliremo su un identico giro di giostra che ci riporterà in prigione senza passare dal via. Ma la posta in gioco è troppo alta. La moneta di scambio – quella di un 2-3 in salsa russa con una Slovenia di turno – troppo svalutata. Vale la pena rischiare. All in: meglio non andare al Mondiale.