L’ultima generazione di eroi – parte 1

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Otto juventini in campo nel corso dei 120’ minuti, due ex juventini come Zidane ed Henry, altri che lo diventeranno. La finale dei mondiali di Berlino, nel 2006, è stata l’ultima grande gara della Nazionale di calcio, coinvolgendo una generazione di calciatori unica per il calcio italiano. Dopo l’addio di Pirlo, della cui grandezza questa mini-serie di pezzi vuole essere un ulteriore tributo, restano in attività soltanto Gianluigi Buffon, Andrea Barzagli e Daniele De Rossi, tra i calciatori di prima fascia, e a quanto si dice, Cristian Zaccardo e Alberto Gilardino tra coloro che corredavano la rosa. Anche a loro è dedicati questo racconto. Dal tributo, poi, si passa all’auspicio. L’auspicio che nella doppia gara contro la Svezia l’apporto degli juventini (troppo pochi rispetto ai momenti più vincenti della nazionale che da sempre sono legati per destino alla maglia della Juventus), possa essere ancora una volta decisivo per conquistare il mondiale. 

Olympiastadion, Berlino, 9 luglio 2006

La rotta verso la vittoria è unica per tutti, qualsiasi luce nereggi nei loro occhi, e la destinazione è il tempio magico dove il verde è più verde.
Uomini e donne sgorgano come lava svuotando ogni punto cardinale, orde colorate e carnevalesche che si accalcano le une sulle altre e marciano a passo lento, godendo di un’arsura che da queste parti, nell’antico Reichssportfeld, era divampata così persistente solo durante i bombardamenti alleati. L’Olympiastadion frattanto ribolle come una caffettiera. Lascia disperdere voci che tambureggiano all’unisono come in un canto gregoriano, preghiere di divinazione e di minaccia, perché ogni fede ha i suoi ululati. Ma poiché c’è ancora molto tempo prima dell’inizio dei giochi duri, le migliaia ancora a spasso si lasciano rapire dal grande luna park semovente, sono onde giocose e pacifiche, schiere irretite dai carrozzoni dei balocchi, dai bagarini circospetti e dai mangiatori di fuoco che s’incontrano sul cammino lastricato verso lo spettacolo della gloria, e nonostante la febbre collettiva si stia alzando vertiginosamente micron dopo micron, minuto dopo minuto, man mano che l’ordalia si avvicina al suo principio c’è persino chi riesce a fare affari, nei padiglioni degli sponsor e tra le bancarelle. Venditori di hot dog con i crauti, di würstel inzuppati di effluvi, budello arrostito e brace, ambulanti turchi coi nasi adunchi e il cappellino con la visiera verde acido, coi denti marci e una propensione naturale al compromesso quando si tratta di soldi.

Italia-Francia, a Berlino.

Finale del Campionato del mondo di calcio. Ventidue uomini in campo, settantacinquemila in tribuna, più di un miliardo via satellite o via cavo, e almeno la metà di loro porta sulle maglie sudate un numero dall’uno al novantanove, cucito sulla schiena dalla diaforesi. Prevale soprattutto il dieci, perché nel linguaggio in codice che quest’oggi il mondo intero condivide e canta, il dieci significa primeggiare, essere il leader morale di un culto, e per strada portano addosso un numero e un cognome che non è il proprio, ma è quello di un dio.

C’è scritto Zidane ma potrebbe esserci Enea sulle loro maglie, Enea o Lancillotto, la Z di Zidane, il genio d’Algeria, il tesoro che da solo basta a giustificare duecento anni di politica coloniale. L’eroe dei Campi Elisi, la Z che sembra impressa da una lama di spada come se fosse di Zorro. Oppure potrebbe essere Achille, o Ercole, e invece campeggia la H di Henry con il numero 12, quello destinato ai portieri di riserva secondo la numerazione tradizionale, e che su un mulatto alto un metro e novanta più agile di una pantera diventa un messaggio chiaro e forte, un brand.

Prima del gioco, tuttavia, c’è ancora spazio per i rituali. È il momento degli inni nazionali. I morituri lasciano la mano ai bambini che li hanno accompagnati sul campo e si dispongono su un’unica fila orizzontale, rivolti alla tribuna d’onore. Le due compagini sono divise dalla terna arbitrale, e quando la musica sale al cielo frattanto brunito, la regia produce la sua prima, lunga mise en abyme.

Indugia sui volti dei calciatori, primi piani strettissimi che puntano a mostrare le sensazioni più recondite, le pulsazioni e i tic nervosi, ed ecco la seconda scarica d’adrenalina, l’apertura di un microfono da campo che svela le voci gladiatorie atte a intonare l’inno nazionale, prima gli italiani con l’Inno di Mameli e poi i francesi con la Marsigliese. Il fatto che i calciatori cantino è una richiesta espressamente formulata dalle televisioni alle federazioni nazionali. Il canto scalda gli animi, è un cristallo magnetico di partecipazione, qualche stonatura va bene. Aiuta la mente a percepirli uomini veri, specializzati come atleti.

Sono belli i loro volti, bellissimi. Bellissimi qualsiasi sviluppo pittorico decretino i lineamenti.
Sono belli perché carichi, profondamente umani, ed è questo l’attimo in cui sta avvenendo la trasformazione, i calciatori vivono attimi di pura ascesi. La partita in sé, per l’intero suo tempo di durata, sarà la parabola intera del processo di metamorfosi collettiva, di chi gioca e di chi assiste. Sarà il frangente in cui il vero diventa un momento del falso, e tutti i partecipanti al rito ritornano a un grado di esistenza autentico, in cui a trionfare è la signoria dei sentimenti sulla tirannia del mercantile: esperienza compiuta di vita e umanità compiuta.

E se per i calciatori l’ascesi è già un momento del vero, per gli spettatori quello degli inni è invece un ultimo anelito di falso imperante, di rituale. Il vis-à-vis esaspera simpatie e antipatie, stimola il giudizio sommario, come il patibolo. La passerella procede lenta, la telecamera indugia tentacolare sugli indicatori principali degli stati d’animo, occhi acquitrinosi e solenni, mandibole acuminate, zigomi infuriati.
Ventidue uomini in campo e ventidue visioni della vita, condensate in una varietà di scelte aeriformi, da cui si potrà sempre abiurare.

Gli italiani.

10 – Francesco Totti. Trequartista. Ciuffo ingelatinato e occhi taglienti, quelli d’er più del rione. La vita come incarnazione di un dogma indiscutibile ma arcaico e pretecnologico, diffusosi solo dove il messia è nato. Buddha, Krishna, Zoroastro, la vita del forgiatore di anime e dello scuotitore di cuori. Nel suo feudo, a un suo comando migliaia di uomini ma anche donne e bambini sono pronti a rispondere e a proteggerlo, a incitarlo, a rendergli omaggio, a lottare per lui, a schiumare rabbia contro chi lo discute e non si limita a blandirlo. E al contempo la vita genuina di quartiere, la romanità più autentica che non ci si può scrollare di dosso. L’istinto assoluto e la forza esplosiva. Coraggioso, bullo, furbo, lamentoso, a un passo dal genio ma privo di genio. Del genio gli manca la capacità d’accesso all’impossibile. Spesso fa tutto il possibile, ma mai l’impossibile.
E sull’erba non vola, tracima campo con la potenza gladiatoria, cui unisce fulminee visioni panottiche. Tanti lo venerano.

 

20 – Simone Perrotta. Interditore. Testa alta, occhi vividi e aria tonante nei polmoni. La vita di chi deve tutto alla tenacia, all’impegno giornaliero, alla tigna e alla generosità gratuita verso il prossimo suo, evocando una fedeltà impossibile da non contraccambiare. L’uomo che conosce se stesso e sceglie a chi appartenere, proteggendo con la fatica tutto ciò che ci si è guadagnati metro dopo metro. Un inaspettato numero di ammiratori, agguerriti, con altissimo coefficiente di rispecchiamento.

 

21 – Andrea Pirlo. Regista. Volto inespressivo, chiuso. Assoluta coscienza di sé. La vita ossessa del visionario, dello scienziato che studia i principi del volo e della balistica per donare al mondo nuove scoperte e possibilità, l’uomo di poche parole che lascia intendere di avere dentro sé uno spazio interiore libero e immenso per concepire argonautiche e voli interstellari, e costruire con la mente immensi edifici complessi, nuove armi e macchine da guerra, nuovi velivoli o diaboliche invenzioni. La naturale dedizione ad assecondare il proprio ossessivo perfezionismo. Si dice che in allenamento calci dieci punizioni e per nove volte gonfi la rete, con la decima traiettoria a infrangersi su pali o traverse. Moltissimi s’ispirano a lui. I cerebrali e i persuasi che, nella vita, ciascuno sia l’unico e solo architetto del proprio destino.

 

8 – Gennaro Gattuso. Frangiflutti. Occhi chiusi, raccoglimento, canto mistico. La vita come forza incrollabile di volontà, come rabbia delle origini reiette che si trasformano in persistente desiderio di rivalsa. E al contempo il trascinarsi dell’uomo del Sud cresciuto sulla strada, generoso sopra ogni cosa verso chiunque gli ispiri amicizia, o rispetto, capacità, caparbietà, brillantezza o virilità, onore e voglia di primeggiare, profondendo ogni risorsa nel nome del bene collettivo. Moltissimi tifosi, facinorosi, rumorosi, pronti a cantare e lottare in tribuna all’ultimo sangue.

 

1 – Gianluigi Buffon. Portiere. Mento alto, sguardo fiero rivolto alla stratosfera, canto profuso a squarciagola. La vita dei predestinati, parate eccellenti sin dall’esordio, non ancora maggiorenne. Il talento che non si è buttato via ed è diventato la vita imperterrita e di conseguenza la vita progredita in un grande e splendido incanto, fonte di una sicurezza invidiabile e duratura. E poi un credo fatto di cuore e impulsi, vita che in un’altra epoca sarebbe riuscita controversa, tra slanci infantili, come quella maglia boia chi molla in un match serale che tra astanti e folle sintonizzate ricordano tutti, e una incrollabile dedizione alle proprie passioni, le dicerie sull’azzardo, le belle donne. E poi la maturazione, il matrimonio esemplare con la soubrette desessualizzata in angelo del focolare, il numero uno eterno che è anche capace di vita interiore e di trovare gli stimoli in se stesso per restare sulla breccia. In molti inneggiano al suo nome. Tutti i portieri, e chi ritiene di aver avuto un percorso di vita lineare e ricco di successi, ben valorizzando il proprio patrimonio innato.

 

19 – Gianluca Zambrotta. Fluidificante. La vita del fondista e del corridore, che ottiene gli obiettivi preposti con la metodicità e l’applicazione, anche i più lontani. E che deve il proprio salto di qualità, la cosiddetta maturazione, a un uomo adulto mentore e maestro, per il semplice fatto che solo il maestro, studiandone e intercettandone le attitudini primarie, ha potuto scovare per lui un compito diverso al fine di ottimizzarlo. Nello specifico, conversione da ala a terzino, dopo averne intuito la timidezza e la non assoluta convinzione dei propri mezzi, la ritrosia nell’affrontare i propri competitor faccia a faccia con il dribbling preferendo superarli senza mai guardarli, mai sfidandoli all’arma bianca, contando solo sulle risorse certe e misurabili come la corsa. Pochi ammiratori, ma piuttosto fedeli. Quelli che hanno un debole per la concretezza e qualcuno che almeno in un periodo della propria vita è stato un timido gregario, poi evolutosi.

 

9 – Luca Toni. Centravanti. Occhi sicuri, soffio vitale che sgorga dal di dentro e spinge il capo a scuotersi sulle note. La vita pregna di consapevolezza di chi per essere accreditato dal suo gruppo sociale s’è dovuto sforzare molto più di altri facendo della sottostima un’arma, e ovviando con la sostanza a tutti i limiti esteriori. Il persistere senza fronzoli di un arbusto forte e rigoglioso, fermezza nei rami e clorofilla in circolo come quieta corrente. Un buon numero di incitatori, tutti quelli secondo cui per sapere chi è davvero un uomo bisogna lasciar pulsare, di quell’uomo, la sua storia e i suoi fatti.

 

3 – Fabio Grosso. Terzino sinistro. Occhi stupiti, quasi increduli, un vago senso di agorafobia, la magia fanciullesca di essere costretto a esibirsi in canto. E insieme, la sorpresa e la gioia incosciente di chi ha colto un’occasione unica. La vita che volge e si avvolge inesorabile a un unico, magnifico evento, e che in quello esaurisce tutto il suo sostrato rivelatorio. L’uomo dell’ultimo minuto, l’uomo della provvidenza. Tifosi occasionali, hic et nunc, che puntano, per se stessi e il destino, sul miracolo o sulla lotteria.

 

23 – Marco Materazzi. Stopper. Fronte innalzata alla luna, voce fragorosa e tonante, occhio assatanato. La vita energica e gagliarda del granatiere, pregna di ardore sempre pronto a detonare, a straripare, a investire e a travolgere le forze contrarie, a volte per una causa collettiva, altre come rivalsa personale. Una forza così prorompente da mimetizzare i suoi stessi limiti e molto complicata da contenere negli argini, in grado di trascinare con sé tutti gli altri sentimenti vitali e sottometterli. Il dolore, l’amore, il riso, l’estasi, l’esaltazione. La spinta contundente del vendicatore e di chi rischierebbe la vita pur di difendere il proprio onore, e al tempo stesso la vita di chi commette continui errori e ottiene ciclici perdoni, perché il pensiero della morte è ancora occulto in lui. Molti emulatori, tutti i cultori del corpo e gli appassionati di arti marziali, e chi pensa che in caso di chiamata al fronte uno come Marco farebbe la fortuna dell’intero plotone.

 

16 – Mauro Germán Camoranesi. Ala destra. Occhi da bandito, nel senso arcaico del termine, di chi non crede in niente se non al dipanarsi quotidiano della vita come trama inintelligibile. La vita di chi, pur essendosi ormai integrato, conserva una scintilla dell’esistenza sottoproletaria che in campo divampa in incendio. Gli occhi di chi nella bidonville riconosce solo la verità profonda dei rapporti umani singoli, concreti, e cresce con le pupille iniettate di dissacrazione. Il respiro del dissociato, anarchia vivente, ascesi vivente, epicureismo, con un’intatta capacità d’invenzione. Il poeta di strada, che pulsa per il tunnel, per il dribbling in aperta ordalia con l’avversario, di fronte a lui sempre e solo carceriere. Molti ammiratori, specialmente uomini con la pelle abbrustolita dal sole sudista e tutti i sudamericani rimasti in città.

 

5 – Fabio Cannavaro. Difensore centrale. Occhi fieri e profondi, carichi come lanciafiamme, sorriso appena abbozzato e pettorali in fuori, come durante una cerimonia solenne. La sicurezza forse effimera ma crepitante dell’ex cadetto migliore, in osmosi al ruolo con annesso tutto il suo potenziale ipocrita, mattatore frattanto forgiato da mille battaglie e mille decorazioni, ma sempre attratto dall’eroismo e dedito al combattimento come unica vera emozione vitale. La vita assolata di chi ha risolto il proprio rapporto con l’eterno nella certezza di aver scelto la strada maestra, il condottiero perfetto, pronto a ergersi a esempio e schierarsi in prima linea, mens sana in corpore sano. In cerca dello scenario disperato in cui poter liberare la naturale propensione al sacrificio, e infine al trionfo inatteso. Lo venerano in molti, i fissati con le imprese al valore dei singoli, e gli amanti della controstoria che mal sopportano il predominio degli attaccanti come unici depositari delle passioni collettive.

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La squadra azzurra è al completo, passata in rassegna.

La solennità del momento, sebbene sia pura astrazione, è sottolineata dalla regia internazionale, che la persegue attraverso l’accumulo di cliché. I volti dei campioni finora ingigantiti sui maxischermi si fondono grazie a un’osmosi per dissolvenza/assolvenza in unico movimento, ancora lui, sempre lui, il fruscio digitale delle bandiere. La ripresa si fa aerea e leggera come un volo di colibrì, e la carrellata della camera principale transita sulle sagome diseguali degli uomini della panchina italiana; riserve, corpo medico, dirigenti, staff. Anch’essi sono in piedi e in molti si pietrificano con la mano sul cuore, poi il focus volge al corpo governativo di rappresentanza in tribuna autorità, rigorosamente formato da un connubio maschio femmina: il presidente della Repubblica e il ministro dello Sport. Il cerimoniale si ripeterà per i francesi, del tutto identico. Anche i regnanti cantano, sono tesi.

Il montaggio delle attrazioni è di stile ejzensteiniano e suggella la compattazione di tutti i significati possibili in un unico grande significato. Voi fate parte della storia. Si sta compiendo il destino della nazione in tempo reale, cioè nel tempo ubiquo delle riprese. E questo destino riguarda chiunque, a tutti i livelli sociali. Ma il frame è rapido, sfuggente e si dissolve. La messa in scena della solennità è un blitz, è guerra lampo, un’immagine fugace che si fa aspirazione e quindi credenza, oppure è destinata a suppurare in impostura in bilico, sul filo, sempre sul punto di essere scoperta e derisa. L’inno italiano frattanto volge al termine, e sul suo epilogo il focus della regia mondiale ripiomba sul campo. I calciatori rivitalizzati lanciano l’urlo di battaglia e applaudono, e poi la staffetta si conclude sul pubblico bardato di drappi tricolori e azzurro, le migliaia, e sono loro i veri padroni del battimani e della furia, l’Italia chiamò.

Ma la liturgia non si è ancora esaurita, non è ancor tempo di correre. In men che non si dica l’attenzione dell’occhio magico e onnisciente volge ai francesi. La Marsigliese avvampa con le sue note festanti, che grondano di storia militare, e sui solfeggi sfilano i volti della nuova orda di eroi.

 

È silenzio, poi musica, una musica che è metonimia di rivoluzione.

 

3 – Èric Abidal. Esterno basso di sinistra. Occhio languido passivo, quasi spaventato. La vita consacrata alla consapevolezza di se stessi, dei propri pregi e dei propri limiti, con dedizione così certosina da trasmettere la propria sicurezza sociale, ancorata al ruolo e alla certezza del proprio compito. Un lavoro noioso ma sicuro in cui togliersi qualche soddisfazione pecuniaria, una fiducia incrollabile nei tempi e nella meritocrazia, la fiducia dei propri amici e della propria moglie, con l’ombra di un male fisico da combattere e uccidere. Sparuti Abidal, soprattutto lionesi, ragazzi che nelle partitelle settimanali con gli amici giocano in difesa con le loro lunghe leve, felici soprattutto di tenersi in allenamento con la corsa.

 

15 – Lilian Thuram. Difensore centrale. Fronte corrucciata e occhi serrati, come una morsa occlusiva sulla voglia di vincere. La vita fiera, innalzata al rango di esistenza necessaria dell’uomo consapevole che se fosse nato in un altro secolo sarebbe stato uno schiavo importato dalle colonie, forse un ottimo cameriere dell’alta nobiltà, un istruito e fidato domestico che il destino ha provveduto a trasportare nel xxi secolo. Eroe d’ebano leale, realizzato, l’uomo in cui riporre un’incrollabile fiducia nel futuro. Sentirsi un numero uno, essere un numero uno ma non gridarlo mai, perché è sufficiente lasciar parlare i segni esteriori del corpo. La forza, lo sguardo ardimentoso, la presenza scenica. Moltissimi Thuram sparpagliati, giovani coloured senza un filo di grasso o padri di famiglia immigrati di seconda generazione, perfettamente realizzati nella vita.

 

6 – Claude Makélélé. Mediano. Occhi spalancati e speranzosi, sofferti. La vita come lavoro necessario, anonimo ad altissimo livello. Il garante dell’approvvigionamento di acqua o cibo, malinconico e appagato dalla percezione della propria importanza, al netto dei rari attestati pubblici. Il silenzio come codice di comunicazione sociale. Qualche pausa di disperazione e la tendenza a cedere con il resto del sistema quando le forze contrarie non sembrano rovesciabili, nemmeno con il massimo impegno. Rari Makélélé, fratelli di sangue o di sorte.

 

5 – William Gallas. Difensore centrale. Occhi felici, pace che trasuda. La vita sofferta del paladino o della guardia giurata, molti sacrifici e una promozione in età avanzata, una pistola in cinta caricata con proiettili veri nel nome di una fiducia incrollabile nel savoir-faire, nella calma di decisioni giuste al momento giusto. La stoffa dell’uomo responsabile che è pronto, sempre, a sacrificare se stesso nel nome del bene comune, in favore delle esigenze di gruppo. Eppure è fallibile, soggetto a rari ma intensi cali di tensione, a esaurimenti nervosi. A testa alta, anche in assenza di riconoscimenti, e persino nel caso in cui, di fronte a qualche scherzo del fato, il branco propenda per scegliere lui come capro espiatorio. Un numero limitato di Gallas, gente del popolo, sulla quarantina, martoriati dalle responsabilità sul lavoro.

 

4 – Patrick Vieira. Metronomo. Occhi chiusi, per assaporare il momento sospeso tra il prologo della battaglia e la battaglia vera. La vita tirannica e piena di sé del bambino prodigio, del più alto e del più forte in ogni ciclo esistenziale, in ognuno dei quali primeggiare è stata la condizione naturale. La crescita pervasa, così, dall’eccessiva sicurezza di sé, dall’incapacità a scoprirsi di tanto in tanto, meno poderoso di qualcun altro, meno risoluto, meno abile, meno devastante, con la conseguente perdita di serenità che conduce al raptus o all’errore irreparabile. Molti Vieira, tutti marcantoni poderosi e fragili, giganti di acciaio con nervi e caviglie di cristallo.

 

12 – Thierry Henry. Attaccante. Occhi neutrali, né impauriti né tracotanti. La vita di chi come obiettivo ha sempre il risultato più grande, secondo l’idea che sotto il grado massimo non esiste nulla. Il percorso di chi ha avuto doti in quantità elargite dalla genetica, doti corporali come forza, velocità, agilità e potenza nel salto, accompagnate da floride qualità dello spirito: fantasia, inventiva, tempismo, coordinazione, istinto. E infine, la coscienza forgiata di chi ha saputo trascendere i limiti caratteriali della giovinezza e trasformarli in armi contundenti. La pavidità in coraggio, l’indolenza in effetto sorpresa, la remissività in pazienza, l’individualismo in leadership. Moltissimi Henry, uomini donne e bambini, di tutte le età.

 

22 – Franck Ribéry. Ala, fantasista. Sguardo perso nel vuoto, intermittente, eluso da una fronte asimmetrica, la bella e la bestia fuse in un’unica creatura. La vita dell’uomo tradito dal suo stesso volto, da un certo grado di deformazione, che vive una scissione tra i suoi tratti fisici immancabilmente marcati come segni particolari da tutti gli esperti mediali e una bellezza interiore interamente votata a esprimersi nel gioco. La convivenza con le stigmate del poeta isolato, con le ondulazioni di frequenza, i dribbling impossibili, le discese personali, l’elargizione di bellezza ai compagni per via degli assist, la trasformazione in cigno possibile solo attraverso il gioco, e come maledizione tutti gli scompensi legati alla continua metamorfosi, attimi di depressione e scatti d’ira. Ribéry in grande quantità, tutti gli amanti dell’imperfezione e dei colpi di sciabola.

 

7 – Florent Malouda. Esterno alto. Occhi addomesticati, sfarfallii robotici delle palpebre. La vita del funambolo catechizzato, la vivacità e la smania trasformate in forza e calma sospette, la gioventù pulsante in età matura, le smanie centrifughe in cura del particolare, in serietà a ogni costo, fino alla costruzione di una carriera soddisfacente che altrimenti, senza guide adeguate, avrebbe potuto dissiparsi. L’equilibrio sul filo dell’uomo dotato ma non abbastanza da emergere per selezione naturale, ma solo come interpretazione della disciplina tattica e della strategia vincente. Frequenti Malouda, gli amanti della continuità senza troppi sobbalzi e fanatici delle spalle coperte.

 

19 – Willy Sagnol. Fluidificante. Occhi statuari, orgogliosi. La vita del bel tenebroso, scarsamente dotato di talento ma feroce nell’applicazione mentale e tignoso nella volontà di migliorare. La serenità di chi crede soprattutto nelle certezze empiriche: la nitida e pura efficienza del fisico, il pulsare coriaceo della muscolatura. Meglio invece rifuggire i saliscendi della creatività. Lavorare su un unico fondamentale, che incarni la sostanza recondita del proprio mestiere, il cross. Buon successo con le donne, le carine bisognose di stabilità. Pochi Sagnol, a ben pensarci, e tutti adulti.

 

16 – Fabien Barthez. Portiere. Sguardo di sfida. La vita come immenso gioco d’avventura da affrontare con la guasconeria dei moschettieri. Considerare vittoria e sconfitta due identiche boiate, ma preferire in ogni caso la vittoria, per ragioni di mondanità. Augurio di una parabola lavorativa breve, con molte pause, godendo in egual misura della condizione di eroe e di fallito. E ci mancherebbe, grande successo con le donne, narcisismo da vendere. Sugli spalti, così come per strada, migliaia di Barthez.

 

10 – Zinédine Zidane. Fantasista. Occhi malinconici, rivolti a un flusso di pensieri che i più dotati d’empatia sanno interpretare, gola appesantita dalla commozione. L’ultima grande esibizione, poi sarà congedo. La vita gloriosa dell’artista riconosciuto dai contemporanei, mattatore di trionfi di squadra e individuali. Il genio latente ma cristallino, sbocciato grazie a consiglieri più saggi e anziani e all’esplosione repentina di un’altra forza interiore intrecciata come un cespuglio di rovi al carattere introverso: la voglia profonda di giocare per vincere e per primeggiare, e di sforzarsi per riuscirci, come tributo al proprio immenso potenziale. E nel profondo, a convivere con l’uomo nuovo dei mille trionfi gloriosi, assopita come un vulcano a riposo e sempre pronta all’eruzione, l’anima del giovane banlieusard, riottoso e orgoglioso, incline a farsi giustizia da solo dove le asperità momentanee della vita lo richiedano. La materia insondabile che si accumula dentro respirando la strada e che dà e che toglie. Estirpa pazienza e regala, invece, il segreto di come addomesticare il tempo a proprio vantaggio, ovvero la caratteristica dei fuoriclasse. Per i quali, il destino che va compiendosi, beninteso, è l’unica divinità cui non è possibile sfuggire.

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La palla è fuoco vivo, in cerca di ossigeno da ardere.

In mano all’arbitro argentino incute rispetto come una sfera di cristallo che può predire il futuro. Intorno a lei, gli eroi si scaldano, muovono i muscoli del collo e scaldano i quadricipiti, prima di imperversare nel flusso dinamico del movimento collettivo. Italia in maglia azzurra, Francia interamente in bianco.

Sul calcio d’inizio, che è italiano, sbrodolano i flash come uno scambio di mitragliate notturno in prima linea, e poi s’insinua il silenzio, settantacinquemila anime immettono aria nei polmoni e sentono il proprio petto infiammare di paura. L’agitazione allegra del prepartita si è ammansita, ora non resta che provare a incidere sugli avvenimenti in campo con le forze occulte del pensiero alternando dinieghi e cantilene, schiumando rabbia come dardi avvelenati e lanciando richiami e anatemi.

Un numero pressoché infinito di gesti ripetuti si accodano in processione: se la volontà e i desideri avessero un modo per operare un brinamento, per solidificarsi e diventare patrimonio privato di ciascuno con tanto di spigoli e peso specifico, la guerra e la razzia sarebbero le uniche condizioni possibili dell’umanità.

Fine prima parte

(da Gloria agli eroi del mondo di sogno, Il Saggiatore 2014)