La mia Quaresima post Cardiff

quaresima post cardiff

Il 3 giugno la botta è stata forte. Per tutti. Tra chi in modo un po’ improvvido era convinto di averla in tasca e chi aveva legittimamente chiaro che ce la potevamo giocare. 45 minuti giocati benissimo, i secondi 45 da chiodi. Ma il peggio è che quando cerchi di elaborare il lutto, con lo stomaco che si chiude in un nodo, la marea di scemenze cui sei inevitabilmente sottoposto non fa altro che farti impazzire ancora di più. Così ci vuole una quaresima per fartela passare. Ma alla fine passa. Ricomincia la preparazione, si riavvicina il calcio giocato… Poi dal mercato arrivano notizie (ufficiali, il resto sono amenità) che ti riportano il sorriso.

Tarda sera 3 giugno. Dopo la grande réunion – dove sono scesi fiumi di birra, infine amarissima – a casa resti solo, tutti a letto imbestialiti. Tu esci, vai in cerca di una sana catartica ubriacatura. Ma la tua maledizione è il vizio di buttare l’occhio al telefono. Messaggi, whatsappate, tweet, da tutte le parti leggi che hai perso perché devi perdere, perché è destino, perché fa parte della mentalità antieuropea della Juventus, come se i bianconeri non siano stati i primi della storia a vincere tutte le coppe europee, come se tra Atene 1983 e Cardiff 2017, ci fosse una qualche ben che minima relazione. Un margarita, grazie. Col sale? Eccerto!

Poi arriva l’ora delle prime analisi. Le analisi a cazzo. Hai perso perché non hai centrocampo. Ma se Pjanic nel primo tempo aveva giocato il calcio migliore della sua carriera? Hai perso perché Barzagli ha sbagliato su tutti e tre i gol del Real? Ma se sul primo e sul terzo è da tutt’altra parte! Hai perso perché Buffon ha preso un gol ridicolo sul tiro Casemiro. Ma quella traiettoria deviata è assurda, al massimo protremmo eccepire sul fatto che va giù troppo presto sul terzo, al massimo… Hai perso perché fanno tutti schifo. Inutile ribattere che proprio schifo schifo non facciamo, che magari tra il primo e il secondo tempo qualcosa si è rotto, che loro nella ripresa son riusciti (bravo Zizou) a aggirare il pressing far arrivare palloni puliti davanti. Inutile. Per favore, un vodka sour.

Piano piano le menti si annebbiano, ed ecco la meraviglia. Stagione fallimentare, lo scudetto non vale niente, meglio uscire subito che perdere in finale. Non fai a tempo a scandire un vaff… che ti arriva quello che ti cita Boniperti: “Vincere è l’unica cosa che conta”. Povero Boniperti, cinque scudetti e manco una coppetta internazionale. Un mito della storia bianconera stroncato dalla sua stessa frase. Caro Boniperti, viene da dire che alla luce dei recenti fatti hai fallito, sei stato una pippa. Mescolare è bellissimo: un gin toniiiiic…

Decidi che è il caso di elaborare il lutto da solo. Passano le settimane, credi di esserti ripreso, ma come riapri i social, scopri un clima da moriremo tutti per l’imminente cessione di Dani Alves, paragonata al terremoto di Lisbona del 1755. Sgrani gli occhi, non ci credi: sì, è probabilmente l’esterno basso migliore in circolazione. Sì, ha giocato partite formidabili, mostrando un talento fuori dal comune. Sì, ma se tu non giochi fino a marzo, ti svegli all’improvviso, fai la differenza, non puoi spegnerti proprio nel giorno più bello. Se sei quello che gioca quando conta, che fai correre gli altri quando non conta, non puoi toppare nella sera più bella. Non puoi, un altro può, tu no. No, Alves sarà facile dimenticarselo. Semmai è su un Bonucci, uno che sta sul pezzo nove mesi su nove, che c’è da farsi dei brutti pensieri per quel che succederà dopo.

Decidi di far passare un altro po’ di tempo. E finalmente ci pensa proprio lui a farti tornare il sorriso. Con le sue immancabili vaccate. Va a Parigi, dice che il Psg è meglio, legittimo per carità, ma poi spiega il perché: le differenze? Le ambizioni e l’organizzazione. Ecco, quando non sai cosa dire taci. Di’ che ti pagano di più, di’ che hanno più soldi da investire, di’ quello che ti pare, ma se alla Juve hanno due cose sono proprio ambizioni e organizzazione. Potevi dire che hanno le maglie più colorate, saresti stato più credibile. Al Psg manca poco per vincere la Champions, dice lui. Ti viene in mente il Camp Nou, sollevi la mano e: ciao, ciao, è stato bello. Eh ma come si fa senza Alves? Dietro ne trovi quanti vuoi, davanti l’hai già trovato. Arriva Douglas Costa, musica per le orecchie di chi ama il pallone. E che fa? Sarà ruffiano, sarà anche un po’ paraculo, ma capisce dov’è arrivato e capisce che il rispetto – di chi gioca con te, di chi si fa il culo per portarti il pallone, di chi ti permette di arrivare ai quarti di finale mentre tu eri in villeggiatura – è tutto. Dybala lo omaggia con un tweet e lui gli risponde dandogli del «maestro». Non ha niente a che vedere col calcio, è una frase di circostanza, direte voi. No, questo è calcio, questa è la Juve, questi sono i giocatori che meritano la maglia bianconera: di straordinario talento e di eccezionale umiltà. Alla Juve c’è una differenza, tutti si devono fare il culo. Fuoriclasse compresi. La maglia numero 11 di Pavel Nedved è lì a fare da monito.

Benvenuto Douglas. E buona nuova stagione a tutti i sopravvissuti.