La Juve, il Barça e l’elisìr di superiorità

Non c’era alcun motivo per abbandonarsi alla preoccupazione o peggio al fatalismo. Dopo quel martedì e dopo la Pasqua, la canzone poteva e doveva essere solo “Alleluja”.

E invece prudenza, esorbitante prudenza, dissennata prudenza. O forse solo quel tipico timore del vincente a metà, la mala abitudine del perdere tutto quando tutto l’hai già. Non c’era alcun bisogno di drogare coraggio e coscienza. C’era bisogno di quel che è stato: andare, prendere il caffè, ascoltare il canto, fare una passeggiata, scambiare qualche parola e lasciar trascorrere il tempo.
No, non è il villaggio Valtur a scale di Zeman. Non è il lavoro duro. È una sciocchezza. È la normale fatica di chi si è formato nei boschi, di chi ha costruito la stagione tutta nel ciclo prima caldo e poi rigido. Oggi guardiamo cosa abbiamo fatto senza voltarsi. Vediamo la storia, valutiamo il merito, senza leggere “Conclusioni” e pagelle. Non ancora.
Sì, molti di noi hanno voglia di fare i tiranni: divellere il monumento e portarlo a casa in fretta e furia. Non si può, anche se in cuor nostro siamo consci di meritarlo per sospendere l’autobiografia disgraziata.

Per una settimana ho letto chi citava Garcia Lorca: “I morti spagnoli sono più vivi dei morti di qualsiasi altro Paese”. Sì…Barcellona risveglia. Provate ad andare lì, si diventa un po’ artisti: scritte, foto, film. Ecco, film. Di fantascienza. Questo sarebbe stato la “remuntada”. Alla prossima…“Remuntaremo”. Parevano il quarantenne contento della routine, semi-calvo, sovrappeso e perlopiù indifeso. Onestamente: ci sono ancora genio, esperienza, potere, adorazione; al contempo, è pressoché impossibile conciliare l’archivio dei preferiti con gli affioranti umiliazione-dolore della sconfitta e della necessità di andare avanti a uffa.
Colpa della Juve. Merito della Juve. Non c’è stata alcuna supponenza da parte loro, bensì inferiorità resa palese da chi ha manifestato superiorità. Non è automatico interrompere senza stizza la monotonia, deviare il corso dei pensieri e delle azioni vincenti, ammettere il colpo patito; i catalani lo fanno, confessano e lungi dall’ipocrisia augurano il meglio a chi gli ha procurato più di una ferita allo zigomo. È comunque una forma di grandezza: realizzare e parlare all’ego senza filtro attenuante, non omettendo alcun passo incomodo.

Superiorità. Spesso mania e quasi sempre idiozia. Non è roba nostra, siamo reali(sti). Superiori, dunque invidiati. Odiati? Sì, fa lo stesso se non meglio. La Juve cerca il meglio in sé: è arte, è intelletto, è la risata solitaria; evidenzia lo scarto tra la tanta roba e il dappoco. Possiede tanto, necessita di poco. È sicura di sé, senza sfrontare.
Scriveva Gianni Brera dell’Avellino: “Questa squadra gioca al calcio magistralmente, senza sentirsi inferiore a nessuno e senza mostrare nessun borioso senso di superiorità. Umile ed operaia, e nello stesso tempo nobile, come solo i veri aristocratici sanno essere”.

Quasi quarant’anni dopo, sounds good. Sounds Juve. Di più: una volta avanti, lontano, in alto, la Signora cerca di condurre al livello gli altri. Avversari? Sì, ma…Se il movimento cresce, cresce anche/soprattutto lei che è stata start up ed è diventata PMI innovativa. Capire e far capire. Una volta fatto proprio l’esempio, darlo. Ecco, penso sia questa la superiorità.

 

(Immagine copertina: foto di Santi Ovalle-@santiovalle)