La 10 a Paulo Dybala (from USA)

Durante il mio soggiorno a Manhattan pensavo di scoprire, in un orario strano, il nome del centrocampista che la Juve cerca da due anni.

Ancora niente di nuovo su questo versante, ma la notizia del 10 a Dybala, che mi arriva mentre sorseggio un frappuccino al cocco da Starbucks nella giornata più assolata di questo agosto newyorkese, potrebbe essere ancora più importante.

Potrebbe, perché l’esperienza Pogba ci dice che non lo è automaticamente. Perché questa scelta ha un senso, che sia di marketing o che sia politico-aziendale, solo in un caso: se va nella direzione di legare la Joya alla Juventus per altri 4-5 anni.

Per goderci i migliori anni della sua e della nostra vita insieme.

Contesto chi dice che è impossibile, un’illusione a cui non affezionarsi, che Paulo è solo di passaggio. La Juventus ha tra le mani un calciatore che ha potenzialità calcistiche (e non tiriamo fuori sempre Cardiff, please, che senza di lui neanche l’avremmo visitata…) e di brand con pochi eguali nel calcio europeo dei prossimi anni.

Tenerlo, costruendogli attorno un circolo virtuoso tecnico e di immagine, significa crescita certa per entrambi.

Dybala ha ancora bisogno della Juventus, la Juventus ha certamente bisogno di Dybala.

Anche a costo di derogare, per una volta, alle attentissime e sabaude logiche di gestione economica ed etica.
Se questa investitura della 10 (che, a proposito, sulle sue spalle non sfigurerà di certo) andrà in questa direzione, ricorderò quel frappuccino come il migliore della mia vita. Altrimenti il suo ricordo svanirà, inghiottito tra i tanti frame meravigliosi di questo viaggio.