Date la 10 a XX e chiudiamola qui

Vi prego, date la numero 10 a Sturaro e chiudiamola qui. La storia del numero per eccellenza ancora una volta non assegnato sta diventando una pantomima che non fa bene a nessuno. Una vicenda che sfiora i limiti del grottesco, se si pensa che sta avvenendo in una società forte al punto tale che ha pensionato il suo ultimo iconico numero 10 con un “arrivederci e grazie”. La storia dell’addio di Del Piero è paradigmatica. Fosse avvenuta a Roma o a Napoli (esempi a caso) avremmo assistito a episodi di guerriglia urbana. È stata dolorosa per tifosi grandi e piccini, abbiamo pianto un po’ tutti, ma segnala la diversità di una dirigenza e di un tifo che mette l’interesse della maglia – quella a strisce bianche e nere, davanti e dietro, indipendentemente dal nome e dal numero stampigliati sul retro – sopra ogni cosa.

La forza nel gestire e nel far digerire quella vicenda si è smarrita sulla via di Damasco del 33 scelto da Bernardeschi, con motivazioni sicuramente nobili e profonde, ma che non riescono a levarmi dalla testa l’adagio “scherza coi fanti ma lascia stare i santi”. Bisognava chiudere in una stanzetta americana Federico e dirgli di prendersi con serenità e spensieratezza la 10. Magari facendo prima un passaggio con Dybala: “Paulo, sei sicuro che non la vuoi? Allora parliamo con lui, ok?”.

La serenità e la spensieratezza di chi sa bene che l’aura di Alex, e ancora prima quella di Platini, schiacciano solo chi vive nella retrotopia del calcio di una volta Vs il calcio di oggi, quelle storielle acchiappaclick che alimentano la fake news a posteriori che una volta era tutto bello, alto, nobile, epico e oggi sia solo un circo economico-mediatico. Oh come si stava meglio quando si stava peggio, signora mia.

Non ho una predilezione per Bernardeschi, come sanno bene gli avventori delle chat di Juventibus. I 40 milioni spesi per accaparrarsi i suoi servigi sono tanti (forse non troppi vedendo le cifre di un mercato impazzito). E non c’entra nulla con i suoi illustri predecessori, numeri 10 allo stato puro, classe e raffinatezza, lui che è un ibrido ipercinetico dal piede finora incostantemente vellutato. Ma non avergli dato la 10, imposto la 10, non ha senso.

Negli ultimi sei anni ben tre (compreso quello che ci apprestiamo a vivere) la Juventus non ha assegnato quel numero. Lo indossò Tevez, caricato dell’hype di simbolo della rinascita dopo anni bui, per due stagioni. Poi la volle fortissimamente Pogba, centrocampista box-to-box che volendo stare alla numerazione classica con la cifra tonda c’entrava ben poco.

Ma è proprio quello il punto. In un mondo in cui la numerazione è esplosa, trovando come unico limite la doppia cifra, in cui abbiamo visto portieri con il 2 (Viviano), mediani con l’1 (De Guzman), in cui è diventato leggendario l’anonimo 21 (Zidane e Pirlo), non ha nessun senso aspettare un novello Baggio (cosa che Bernardeschi non è, come ha scritto Giovanni Lentini qualche tempo fa). Il ragazzino al campetto, il tifoso in Cina, cercano la 10 perché la 10 è il calcio, perché la 10 è cifra di grandezza della squadra, più che del simbolo, perché la 10 racconta che tu che giochi a calcetto quello con la 3, la 5 o la 84 te lo mangi a colazione (almeno prima del fischio d’inizio, poi si vedrà).

Non assegnarla è anche una scelleratezza economica. Nell’anno della 10, quella di Pogba fu l’ottava maglietta più venduta al mondo. Ripeto, al mondo. Un gradino al di sotto di Ibrahimovic, alle viste di gente come Rooney e Neymar. In quell’anno la Juventus, trainata dal suo numero 10 che meno 10 di così non poteva essere, fece registrare un +55% di maglie vendute, passando da poco più di un milione a sfiorare il milione e settecentomila ). Quante ne vendette Pogba? 667mila. Game, set, match.

Quindi adesso, cari Agnelli, Marotta, Paratici, Allegri e compagnia cantante, chiudetevi in una stanzetta americana insieme a Sturaro, magari a Rincon, forse pure a De Sciglio (sempre che Bernardeschi non abbia un salvifico ravvedimento). Ma uscitene con una 10. Per il bene vostro e di tutto il mondo a strisce bianche e nere. Perché il nuovo Del Piero e il nuovo Platini sono come il Natale: quando arrivano arrivano. Ma per noi è Natale ogni domenica.