Killing Me Softly

Due stagioni in una. Dapprima brutta, sporca e cattiva, condizionata dalle assenze e vincente di forza. Con qualche “ma” da farti arricciare il naso perchè un po’ sgamata, mai al completo e sempre sulla linea di galleggiamento grazie al talento e alla personalità dei suoi interpreti. Poi, spaccata la metà del campionato, la dura sconfitta di Firenze, il recupero di tutti, la crescita di tasselli fondamentali del puzzle e, di conseguenza, i giusti correttivi per farli rendere al meglio. E un 2 a 0 senza discussioni alla bella Lazio come trampolino, la crescita costante e, ultima in ordine di tempo, l’esplosione del totem brasiliano, intuita per primo dal mister nel momento cruciale della stagione e sfruttata al massimo ricorrendo all’ausilio dell’eterna roccia.

E la fisionomia della vera Juve è venuta fuori con prepotenza, fino – guarda caso – al 2 a 0 alla sempre bella Lazio nella splendida cornice dell’Olimpico dove, finalmente, Higuain ha potuto affogare nell’alcool la sua evidente tristezza, lucidando con le bollicine una Coppa che potrebbe essere la più fresca di tutte, al centro della sala del Museum, solo per tre giorni. E credo sia un altro record.

Prima dell’altra finale che vale un campionato intero. Ora esiste solo quella, senza snobbare l’avversario – perché nel calcio nulla è scontato – né pensare all’obiettivo raggiunto e, soprattutto, all’altro più desiderato che aspetta una Juventus sempre brava, nel bene e nel male, a resettare per ripartire. Il più delle volte con rinnovato entusiasmo, altre con la voglia di rivincita. Sempre con quella di stupire.

Affidandosi al gruppo nell’insieme e alla vena, a turno, di tanti. Così da lasciare l’interlocutore senza sicuri punti di riferimento. Il periodo d’oro di Higuain che lascia il posto alla gamba ritrovata di Dybala, la dirompente voglia di Dani Alves a sostituire, nel momento giusto, quella un po’ appannata di Cuadrado, Pjanic che rileva se stesso sbiadito trovando la giusta zolla di campo, Mandzukic che ricuce il tutto, persino le sue sopracciglia.

Uno per tutti, tutti per uno, vedo questi ragazzi e tornano in mente le parole di Montero e del terrore che deprimeva gli entusiasmi degli avversari già nel sottopassaggio. Almeno mezza squadra potrebbe far compagnia in materia a quella dell’uruguagio, inutile far nomi, son quelli decisivi nell’indirizzare i flussi di gioco nel corso delle partite.

Quei flussi che la Juve usa riflettendosi ne “Il Gioco del mondo”, interpretandolo alla perfezione e scrivendo i capitoli della sua storia dal primo all’ultimo per regalarli allo spettatore nello stesso ordine oppure, come nel romanzo di Julio Cortázar, alla rinfusa, sicura di non smarrire mai, nemmeno nelle giornate infauste, quella bussola orientata unicamente all’obiettivo finale. Qualunque esso sia.

E il suo racconto ti uccide dolcemente come in un blues, lasciando all’avversario il sapore acre di non aver dato tutto allorquando lei si coccola nella sua sorniona struttura ripetitiva e, nello stesso tempo, la spiccata consapevolezza di aver sputato l’anima per contenerla nei suoi splendidi assoli. Spesso dipanati nel corso di un pentagramma lungo novanta minuti, talvolta concentrati in un determinato lasso di tempo, ma sincopati e inesorabili nel loro divenire tranne rare, rarissime, eccezioni.

Matarnos dulcemente a fuerza de blues (Julio Cortázar)

Perché, a questa Juve, tutto interessa tranne che riempirti gli occhi con novanta minuti di fuoco, magari farlo per tre o cinque partite di fila, per poi eclissarsi sistematicamente o scivolare senza logica, sicura che, tanto, ti ha già stupito. E illuso.

No, decide lei quando assopirsi e se lo fa è solo perché, compressa dagli impegni, lo sente come un bisogno. Di ricaricare le batterie, fisiche e soprattutto, mentali, consumate da una stagione tesa a inseguire tutto per farsi inseguire da tutti. Se questo capita nel corso di una partita, spesso riesce a cavarsela, mentre quando non c’è la testa fin dall’inizio, la perde con chiunque. E li illude…

… ripartendo nella successiva con un ritmo senza note, degno del rap che resta nell’aria nella cover dei Fugees.

Perché questa Juve è umana nel suo non essere illimitata. Costruita per divertire e per soffrire, insegnare senza spocchia e imparare senza vergogna. Il tutto per giocare il football al livello dell’NBA e non un calcio da Globetrotters, l’unica squadra che vince sempre giocando solo all’attacco. Una Juventus che quando mena lo fa a mani nude, bisognose per questo, ogni tanto, di essere rinfrescate col ghiaccio. Momenti in cui è pronta a diventare guanto per contenere le repliche dell’avversario, accettate con l’umiltà di chi sa il fatto suo. E regalando gratuite lezioni a chi, in quel di Coverciano, aspiri al patentino.

Nella nebbia o alla penombra, prima o dopo la diretta concorrente, alle 12,30 come a mezzanotte, Crozza concluderebbe con un: “chi se ne fotte”. Esistono solo le sue gambe, quelle degli avversari e la palla.

Senza parlare in anticipo lanciando parole al vento per spaventare lo sfidante, perché lei non ne ha bisogno o perché conscia che quello è il primo sintomo di un timore che non deve mai trasparire. O che semplicemente non c’è.

Senza fiatare se le viene perpetrato un torto, per non alimentare alibi inconsci e far la fine del tennista mediocre che, alla prima chiamata dubbia, si macera nel rancore verso il giudice di sedia e scivola nel baratro della confusione lasciando dieci punti consecutivi. Pensare solo al campo, insomma, ma queste cose sono in perfetta sintonia con l’intera storia juventina.

E senza dare eccessivo peso alle poche volte in cui viene derisa per un passaggio a vuoto, trova la forza di reagire sia nella consapevolezza scolpita nella roccia, sia nel suo orgoglio smisurato che sposta ogni volta di un centimetro il limite del possibile. E sia ancora nel gusto di smentire sistematicamente i frettolosi de profundis di commentatori attempati nei loro curriculum, ma che sembrano sfidarsi in una sfiancante gara di banalità, incompetenza e improvvisazione. Tra bavagli, tweet deliranti e illusioni da bar sport, dimenticando di non possedere l’ironia di Gene Gnocchi ma, soprattutto, di non fare il suo mestiere.

Così babbei da non capire la lucida visione che muove il passo di ognuno di loro, fredda al punto da allineare i pianeti dal più piccolo in poi, affinché non ci si perda troppo nei festeggiamenti sottovalutando il successivo.

Come andrà nell’unica partita che la Vecchia Signora disputerà a giugno nessuno può saperlo. E prevederlo, al pari della prossima sfida, sarebbe solo un esercizio di supponenza. Perché l’impegno sarà davvero gravoso e perché, appunto, non si parla mai prima.
Mi basta saperla pronta per un appuntamento che non è con la storia.

Lei, quella, la scrive già ogni giorno.