PostMatch Juve-Genoa 4-0: Allegri svela al mondo il 4-4-2 (VIDEO)

A volte è corretto essere radicali nell’esprimersi: più volte su questo sito si è accennato al 4-4-2 come scheletro della seconda e definitiva svolta tattica 2016/17. La variante difensiva scelta da Allegri nel doppio match contro il Barcellona non deve fuorviare (la Juventus ha portato spesso e volentieri gli esterni alti a chiudere le linee dentro il campo in fase di non possesso consolidato), e anzi rilancia clamorosamente le azioni a favore del tecnico livornese, sovente tacciato di non applicare soluzioni strutturate davvero nuove, o per lo meno diverse, in forma simmetrica e svincolata dalle interpretazioni dei singoli.

 

Quelle permangono davanti, soprattutto in mano a Paulo Dybala, vero ago di decodifica del sistema in fase di possesso dinamico del pallone. Ma non ci si faccia ingannare: contro il Genoa scegliere Lichtsteiner davanti a Barzagli e Mandzukic ancora in posizione totalmente aperta a sinistra di fronte a Asamoah (o addirittura scambiandosi con lui nel momento di fisiologica flessione del croato, che ha tirato a mille negli ultimi due mesi, a metà ripresa) non ha corrisposto alla conferma del 4-2-3-1. Così fosse, in astratto i due laterali offensivi dovrebbero alzarsi contemporaneamente, e prepotentemente, in fase di pressione così come in fase di rilancio dell’azione.

 

Invece la Juventus 3.0 ha mostrato il suo vero volto, e non c’è nulla di cui vergognarsi. La scuola dei meccanismi è quella del 4-4-2 più puro, dove vige l’alternanza della ricerca della profondità, scarsi o nulli interscambi di posizione davanti e ridimensionata ricerca di sovraccarico in area di rigore sia con gli esterni con il doppio attaccante. Eccoli, quindi, Higuain a Dybala, che fanno turnazione nello scendere tra centrocampo e lunetta, senza neanche più dividersi il campo orizzontalmente: scappare uno alla volta, se non anche insieme, per essere più vicini e imprevedibili dopo, cercando di fatto la ricezione frontale sottoporta che li rende entrambi (diversamente) letali. La Juve è variabile perché è variabile il suo allenatore, perché lo spartito non è scritto prima e il suo calcio è un calcio a quattro dimensioni, dove le altre due sono piedi e psiche.

 

Insomma, Cuadrado fa la lepre, Mandzukic il gorilla e il tutto appare più asimettrico di quanto sia. Dybala manca ancora nelle assistenze (e chissà cosa potrebbe allora diventare), Khedira non è solo schermo, i terzini sfruttano solo a sprazzi lo spazio per la sovrapposizione. E va bene tutto, siamo vecchia scuola della nuova scuola, chi se ne frega. Soltanto, però, non ditelo a Arrigo Sacchi perché la sensazione è che questa Juve gli somigli (senza più la fregatura della tattica del fuorigioco al quale non casca più nessuno, anzi diventa sovente un boomerang) più di quanto gli somigliasse il suo stesso Milan dopo due mesi di rigidissima cura Capello.