Tutto è iniziato con lo sguardo di Pep

Un mio amico mi ha scritto: mi sembra di aver perso un arto con Bonucci. Io sento che qui in ballo c’è qualcosa di importante. La scrittura il solo modo di venirne a capo. La cessione al Milan, improvvisa, dolorosa e inattesa, regala le fattezze del compimento a questi sei meravigliosi anni di vittorie. Secondo un’antica e nobile tradizione di pensiero, di qualcosa si può parlare solo quando la sua parabola storica si è esaurita e definita. Andandosene e in particolare consegnandosi ai rivali per eccellenza, Bonucci ha fatto fare a ciascun tifoso juventino degno di questo nome un’esperienza importante, segnata dalla contraddizione: quella che abbraccia perfezione e mancanza, gratitudine e disprezzo, elezione orgogliosa e gelosia intensa.

 

Vi sono cambiamenti di superficie che non intaccano il nocciolo, vi sono invece cambiamenti che deformano la sostanza delle cose. Disse una volta, diversi anni fa ormai, Giampiero Mughini che quando Inzaghi era in campo, la chimica della Juventus cambiava. Sono sicuro che, con ancor più convinzione, sarebbe pronto a dire la stessa cosa di Leonardo Bonucci. E come riflesso soggettivo di questa sostanziale alterazione chimica, si presenta subito, assillante e ossessionante, un problema di percezione. Perché il punto è che io proprio non riesco a figurarmela una Juventus senza il Re Taumaturgo (per usare una felice espressione di Giancarlo Liviano D’Arcangelo). E questo sembra non valere per gli altri quattro giganti superstiti. Buffon è ormai un’entità leggendaria, trans-generazionale, che sembra appartenere alla Juventus da sempre (e che sicuramente, in un modo o nell’altro, continuerà ad appartenervi). La consistenza immaginativa di Marchisioe Chiellini è indebolita dalla lunga anticamera del dopo Calciopoli. Barzagli mi si è sempre dato a vedere come una sorta di miracolo innaturale permanente, totalmente indisponibile, che può venir meno da un momento all’altro (anche se invece continua a migliorare anno dopo anno).

 

Bonucci invece appartiene a questo seennio straordinario e appartiene ad esso totalmente e integralmente. Ma soprattutto Bonucci vi appartiene dal didentro. Bonucci non era Bonucci prima di arrivare. Bonucci è diventato Bonucci quasi inaspettatamente. Bonucci è stato forgiato dall’officina bianconera fino a diventare qualcosa chenessuno avrebbe mai sospettato potesse diventare: il migliore al mondo nel suo ruolo. Il modo in cui Bonucci è stato accolto dai tifosi del Milan, sprigionante una felicità furibondaalimentata da cinque anni di insuccessi, testimonia della grandezza assoluta di questa creazione dell’artigianato bianconero. Ma anche qui irrompe un paradosso che mescola il già, il non ancora e il mai: il capitanato che lì l’attende è qualcosa che già consegna Bonucci alla storia del Milan senza ancora averne fatto parte, è un dipiù senza passato beffardo, un vero e proprio furto di identità: lui è già per loro quello che per noi mai sarà. Difficile da mandar giù.

 

Ma a questo punto si impongono delle considerazioni di carattere più generale. Questa sofferenza da privazione, per un verso inevitabile e legittima, si rivela subito insidiosa, nasconde infatti qualcosa e impone urgentemente una domanda. Cosa mi è successo negli ultimi sei anni? È successo che la Juventus, suo malgrado ovviamente, mi ha drogato. Io sono diventato un tossico, un tossico di successi, come anche un compulsivo frequentatore di notiziegratificanti di calciomercato. A volte non mi rendo nemmeno conto di cosa io sia stato testimone e spettatore: il più grande e lungo dominio di tutta la storia della serie A, che nonostante le apparenti esitazioni nell’attuale campagna acquisti non ha nessuna intenzione di cedere il passo. Una cosa mai vista. Mai vista una Juventus così continua e così entusiasmante.

 

Eppure non basta: too much is not enough, cantava The Edge in Numb. La logica dell’addiction impone le sue regole. Insaziabilità assoluta e tossica che mi fa bambino pretenzioso e giudicante l’operato altrui. Per uno strano e perverso meccanismo, legato sicuramente alla logica dell’addiction, continuare a vincere sembra la cosa più scontata. Anzi, si crea questa situazione: vincere è ormai scontato e quindi senza meriti (doveroso e dovuto), perdere è invece un peccato mortale meritevole della più dura delle condanne. Certi giocatori, Bonucci in primis ma anche Alex Sandro, non vanno ceduti, altri vanno assolutamente comprati (Modric, Kroos, Rakitic …). E poiché puntualmente accade la prima, ma non la seconda, la dirigenza va cestinata. La logica dell’addiction alla fine si riduce a questo: alla pretesa di una totale disponibilità della fonte di piacere e gratificazione. E se la fonte si sottrae …

 

Vogliamo parlare della Champions? Io ho l’audacia di affermare che quello che la Juventus ha fatto negli ultimi tre anni in CL sia da annoverare tra le più grandi imprese della sua storia. Abbiamo affrontato edizioni di Barcellona (2015), Bayern (2016) e Real (2016) tra le migliori di sempre, se non le migliori di sempre. Abbiamo dato spettacolo in un torneo che per difficoltà supera di molto il livello che lo caratterizzava negli anni novanta e nella prima decade del nuovo millennio. E abbiamo fatto questo continuando a vincere tutto il vincibile in Italia. Abbiamo allestito delle rose di giocatori (soprattutto negli ultimi tre anni) imparagonabili per ampiezza e completezza a quelle del passato. Se la panchina del Real ha destato impressione a Cardiff (o Perdiff, come qualcuno ha preso a dire), per la sua manifesta superiorità rispetto alla nostra, è anche perché il nuovo e inatteso sistema di gioco (4-2-3-1) unitamente all’infortunio di Pjaca ci ha reso abbondanti in difesa e a centrocampo (e qui almeno quantitativamente) ma poveri in attacco. A volte fatico a capire che per la Juve continuare a vincere sarà sempre più difficile se non addirittura improbabile. La Juventus ha lottato e sta lottando contro questa improbabilità, si è data e si sta dando motivazioni innaturali perché generate da uno spaventoso lavoro mentale e dal culto assoluto della professionalità. È un cammino in salita. Ma questo spesso sfugge al mio sguardo tossico che predilige la comoda orizzontalità della pianura. E se ne scrivo è solo per ritrovare la lucidità che la nostra grandissima squadra merita da me in quanto tifoso. Perché è solo la lucidità che rende grati secondo verità.

 

Ma allora perché la Juventus ha ceduto Bonucci, tra l’altro ad un cifra eccezionale per un giocatore di trent’anni? Io so solo quello che vedo, in parte ma solo in parte integrato da quello che leggo. Bisogna andare all’origine di una crisi per comprenderne l’essenza. Bonucci, a differenza di altri grandi difensori (Cannavaro, Ferrara, Montero, Thuram) è diventato grande tardivamente. È stato infatti dopo il raggiungimento di questa consacrazione tardiva, culminata nell’Europeo dell’anno passato e inghirlandata dalla corte serratissima di Pep Guardiola la scorsa estate, che le cose hanno iniziato a complicarsi. E io ho il sospetto che da quel momento in poi Leo abbia iniziato a guardarsi in modo diverso, con gli occhi visionari di Pep, e che questa nuova luce esaltante abbia finito, forse anche contro la sua volontà iniziale, con l’allontanarlo da noi. Quella luce ha dischiuso possibilità inedite e impensate e alterato il suo rapporto con un destino, comunque glorioso, che sembrava scritto e segnato. Bonucci arriva al Milan (a un Milan di nuovo ambizioso) da capitano, da professionista più pagato della Serie A e con il sigillo di più grande giocatore italiano in attività (tolta la solita eccezione che conferma la regola di Buffon) e di più forte centrale al mondo. Quello sguardo geniale ed elettivo ha imposto e implicato un fresh start, un nuovo inizio (che risplendeva nel suo volto radioso e sollevato di neo milanista).

Io posso solo accettarlo, dolorosamente.

 

 

Michele Alessandrelli, nato a Roma nel 1971, esiliato calcisticamente nella medesima città dal 1982, studioso del pensiero classico e Ricercatore presso Il Consiglio Nazionale delle Ricerche.