Grido (con la Juventus vicino)

Grido. Grido senza dire nulla. Grido nella notte romana emettendo un suono gutturale, di sofferenza e passione. Grido pensando a mio fratello che tifa Lazio ed a mio cugino che sicuramente è all’Olimpico con la maglia biancoceleste. Grido non pronunciando. Grido per chiedere, per avere una risposta. Grido per anticipare una seduta della commissione Antimafia. Grido perché in Italia si può dire di tutto e poi il problema è farsi ascoltare.

Grido perché non si può fare altro. Sono passati 10 anni da quel giorno in cui Trezeguet e Del Piero, ma anche Paro, Balzaretti e Chiellini, festeggiarono il ritorno in serie A della Juventus, dopo i mesi di serie cadetta, docce fredde e feste impiccione dei tifosi. Grido perché siamo all’angolo e tutti gli altri sono saliti sul trespolo indossando i panni dei gufi. Grido perché non ho paura, il mostro l’ho visto e sconfitto. Avevano buttato nel cesso la squadra che amo da bambino e adesso è ancora lì, a farsi applaudire in uno stadio pieno, come un tempo, come sempre. Grido perché sono minoranza e molte volte mi fa piacere esserlo in questo mondo dove si vuole sempre stare con il più forte. Grido perché voi indosserete la maglia del Real ed io starò in compagnia delle mie passioni e delle mie ansie.

Grido perché certe volte sarebbe bello abbracciare tutti i tifosi juventini di questa terra e far festa senza problemi. Grido e me ne vado a letto, felice come quando ho visto per la prima volta Bruce Springsteen. Grido e non piango. Grido e chiedo a Dio di farmi stare sempre così nei prossimi giorni. Perché sono una brava persona, pago le tasse e faccio fare i compiti ai figli. Grido e prometto a tutti che non lo farò più. Grido e dentro di me faccio una promessa per stare meglio. Con la Juventus vicino è possibile. Con la Juventus lassù posso farlo pure io. Per questo grido.

 

Di Simone Navarra