Gioventù Bruciata: l’Italia (e la Juve?) che non aspetta i giovani

Di analisi socio-stronzologiche sulla débâcle del calcio italiano, ne stiamo leggendo e ne leggeremo molte. Qui, limitiamoci ai dati oggettivi.

Otto anni fa l’under 21 italiana e quella tedesca se la giocavano alla pari, anzi i nostri erano tecnicamente superiori.

Otto anni dopo, di quell’under, tra gli Azzurri c’è il solo Candreva. Gli altri si son persi tutti quanti tra panchine, serie minori, Russie e Americhe del pallone sgonfio. I tedeschi su quell’under ci hanno costruito la Nazionale campione del mondo, con ben sei futuri titolari: Neuer, Höwedes, Boateng, Ozil, Khedira e Hummels.

Che i nostri fossero tutti brocchi? Spesso succede che un giovane prometta bene e poi si sgonfi. Ma suona strano, anzi puzza di pesce marcio, che dieci, quindici giocatori molto promettenti si sgonfino tutti quanti. Viene da pensare che siano stati gestiti male. Col senno di poi è molto probabile che un Marco Motta sarebbe risultato un giocatore mediocre anche con una eccellente gestione. Ma Bocchetti era il migliore difensore della sua generazione, ed è scomparso nel grigiore. Balotelli aveva doti tecniche, forza fisica, velocità e tiro come nessuno: esaltato come un genio quando aveva ancora tutto da imparare, nessuno lo ha preso seriamente a ceffoni come meritava, alla fine è imploso nel suo narcisismo. Per dirne due soltanto.

Oggi parliamo di quelli del 2009, perché quella è la generazione che oggi avrebbe dovuto costituire l’ossatura dell’attuale nazionale. Nel 2006, quando l’Italia vinse il Mondiale, degli 11 titolari il più giovane era Pirlo con i suoi 27 anni. Gli altri andavano dai 28 ai 33. Il calcio italiano non è velocità, tecnica, dribbling e allegra anarchia dei brasiliani. Il nostro è un calcio di malizia, di gestione dei tempi e dei ritmi, è un calcio molto cerebrale. Il nostro, da sempre, è un calcio di maturità. E il dramma è che non siamo più in grado di aspettare. Di aspettare che un ragazzo di 21 anni promettente faccia, passettino dopo passettino, il suo percorso di crescita fino ad arrivare, 5-6-7 anni dopo, a dimostrare se è davvero all’altezza. Il punto è imprescindibile: se hai pazienza, di 10 promettenti tirerai fuori 3-4 grandi giocatori (e quindi avrai lavorato invano su 6-7 mediocri). Ma se non hai pazienza, di 10 promettenti, non tirerai fuori neppure un grande giocatore. Zero spaccato.

Quando si sente, perciò, dire che Rugani «o adesso o mai più», o dimostra che è già all’altezza o cacciamolo, e avanti il prossimo «perché Caldara sì che promette», ebbene, Rugani ha 23 anni e, a parte rarissime eccezioni, i difensori non diventano veramente buoni prima dei 28-30 (basterebbe guardare la BBC!). Rugani è stato incensato come il nuovo Scirea e ora viene messo alla graticola perché Allegri non lo fa ancora giocare titolare in Champions. Ma un dato è certo: Rugani è uno dei migliori prospetti della sua età in circolazione. Ha difetti (la velocità non eccelsa, la tendenza al passo indietro), ma ha tempi, fisico, posizione, confidenza. Eppure l’essere avanti rispetto ai pari età sta diventando un handicap. Il risultato è che se non ci fosse Allegri sarebbe già bruciato.

Stessa storia per Bernardeschi: che due volte parte titolare con la Juventus e due volte segna, ma sarebbe già un brocco per i 15 minuti di San Siro con la Nazionale o per i 15 al Camp Nou. Se il calcio italiano va a rotoli tutti dobbiamo farci un esame di coscienza. Il nostro modo di fagocitare i giocatori è mortale. E lo è ancor di più quello degli allenatori, delle società. Italiani valutati a peso d’oro, che escono fuori dal mercato e finiscono così per non giocare mai in Europa e non crescere mai (Belotti a 100 milioni), oppure che scappano troppo presto da squadre di medio livello per non rischiare di essere bloccati per sempre da contratti trappola (Bernardeschi avrebbe potuto benissimo fare un altro anno a Firenze, se è scappato è per paura di non potersene andare più). E perché non parlare dei Romagnoli, anche lui tra i migliori prospetti difensivi italiani, sbattuto in Nazionale come il Messia e poi rimandato indietro come fosse un coglione.

Quasi mai giocatori una volta bruciati si riprendono. Succede davvero di rado. Tacchinardi fu l’eccezione di chi seppe rinascere dalle sue ceneri. Ma fu uno, un caso unico. Per questo evitiamo di dare a un Rugani responsabilità che potremo dargli con tutta calma negli anni a venire. Tanto non restiamo in braghe di tela: finché c’è Barzagli c’è salute. Anzi, proprio perché Barzagli c’è, approfittiamone. Il nuovismo a tutti i costi ha sempre e solo fatto del male. I tempi del calcio sono lunghi. Il calcio aspetta sulla riva del fiume. E si vendica di tutte le fesserie che facciamo.