La FIGC, la Lega e la mucca del vicino

 

Ronald Reagan durante il suo mandato presidenziale collezionava barzellette sull’Unione Sovietica. In una di queste, un americano un inglese e un russo sono chiamati al cospetto di Dio e invitati a esprimere un desiderio; l’americano chiede la fine della fame nel mondo, l’inglese la fine delle guerre; il russo dice: “Il mio vicino ha una mucca. Io non ho una mucca. Vorrei che la mucca del mio vicino morisse”.

Dal 2006 a oggi il desiderio del mugiko ha rappresentato la filosofia e la costante ispirazione della Federazione italiana gioco calcio e della Lega di serie A, dedite l’una a far morire le mucche del vicino ricco (non senza avere trasferito d’ufficio le più lattose in qualche fattoria limitrofa) e l’altra a preservare allo stremo una mucca sempre meno produttiva e sempre più macilenta piuttosto che a far crescere, se non altro, qualche vitellino. Il tutto, certo, in un quadro complicato, di crisi economica e sociale – ma non si era in crisi economica e sociale ai tempi del Messico, dell’Argentina, della Spagna?

Non sono mancate diagnosi penetranti, dall’esterno e dall’interno: le prime (sporadiche, a dire il vero) sono state accolte con lazzi e sberleffi, le seconde hanno fruttato al diagnosta prima l’isolamento, poi un’accusa di mafiosità e da ultimo una inibizione.

Alle 22.42 del 13 novembre 2017 i nodi sono arrivati al pettine (se c’è un pettine, avrebbe detto Sciascia). Ci sarà, prima o poi, uno storiografo onesto (con la “o” minuscola) che sine ira ac studio tracci un bilancio veritiero sulla parabola del movimento calcistico italiano dopo la cosiddetta calciopoli, parabola ieri arrivata al suo culmine, anzi al suo fondo? Qualcuno ammetterà che si stava meglio quando si stava meglio? Si vorrà almeno convergere sulla diagnosi prima di scegliere le terapie?

A proposito, un governo (deliberatamente assente quando era in pieno fulgore) sarebbe dovuto intervenire a commissariare e rifondare una delle industrie portanti del paese, lasciando invece campo libero a uno sciagurato autogoverno di manigoldi, ora che è moribondo ma intento ad avvelenare tutti i pozzi per i successori, ha finalmente partorito una proposta che si riduce a penalizzare pesantemente l’unico club che abbia raggiunto una levatura internazionale e abbia dettato un possibile schema di uscita dalle sabbie mobili nella spartizione di una torta, peraltro, sempre meno farcita.

L’eguale distribuzione della miseria: l’essenza del sovietismo, in occasione del suo centenario (e di quello di Caporetto). Il che ci riporta al mugiko della barzelletta.