Fidanzata, anzi sposa

Il mio tifo per la Juventus non è un dono di famiglia, non mi è stato tramandato dal padre o dal nonno: l’ho inventato io, a sei anni, e l’ho così fortemente espresso che negli anni ho trasformato in gobbi anche padre, madre e nonno, da blandi tifosi del Bologna che erano. L’origine di questo mio tifo l’ho raccontata tante volte e non lo farò di nuovo: ripeterò solo che nel concepire una decisione così ispirata fui aiutato dal fatto di vivere a Prato, da un’operazione alle tonsille, dai miei compagni di classe Sandro Zecchi, Giacomo Paoletti e Stefano Cavaciocchi, dalle figurine Panini e da un prete. E ripeterò che la parola “Juventus” è stata la prima che ho pronunciato dopo due giorni di silenzio forzato per l’operazione, sbalordendo tutti, all’ospedale, quando il prete insisté a chiedermi per quale squadra facessi il tifo, e proprio quando in realtà, nel silenzio e nel dolore alla gola alleviato dai gelati al limone, avevo scoperto in me stesso la miccia di questo amore.

Da lì in poi, per i primi anni il mio tifo juventino fu una cosa clandestina, e oggi fatico a ricordare come facessi a praticarlo: come fa un bambino di sei, sette, otto anni, negli anni Sessanta, a seguire la sua squadra del cuore se suo padre non ne è tifoso? Come fa anche solo a sapere i risultati, a vedere i gol? Sinceramente, non lo ricordo – ma so che in quei primi anni il mio tifo è stato premiato con uno scudetto, nel 66-67, pienamente goduto e festeggiato con i suddetti compagni di classe. Due gatti bianchi e neri chiamati Cinesinho e Leoncini, un fratello minore plagiato appena raggiunta l’età scolare, e poi il trasloco nella casa che sto sgomberando in questi giorni, dopo la morte dei miei genitori. Qui, nel ruggito di cianfrusaglie accumulate in quarantacinque anni, ho ritrovato l’enzima che ha fissato il mio tifo juventino nel tempo: un libro intitolato “Juventus fidanzata d’Italia”, beffardamente pubblicato da un editore di Firenze, Litograph edizioni, che mi fu regalato da mio padre per il mio decimo compleanno. Metà almanacco e metà vangelo, con in copertina un colpo di testa di John Charles (che al pari di Sivori non avevo fatto in tempo a tifare), le foto d’epoca, le storie, le cronache, le statistiche, fu con la lettura di quel libro che la mia identità di juventino si consolidò e cominciò a stingere sui miei congiunti. Credevo di averlo perso, ne serbavo un ricordo leggendario, come fosse il Sacro Graal – e invece eccolo qui, tra le mie mani: la prefazione di Boniperti, la foto del presidente Catella, quella dell’allenatore Heriberto Herrera, e poi il lunghissimo testo scritto piccolo piccolo che racconta tutta la storia della Juve, dalla panchina di Corso Umberto “fino a oggi” – e “oggi” è il 1969. Sono sicuro che riuscite a immaginare come mi sento. La Juventus è stata il mio primo grande amore, il primo sentimento profondo e autonomo che si rivolgesse all’esterno del mio nucleo familiare. Una sposa – e questo libro è l’anello di fidanzamento. Lo sfoglio e anche solo le pubblicità di “Hurrà Juventus” che compaiono ogni tanto mi emozionano. L’ho letto tutto, questo libro, dall’inizio alla fine, a dieci anni. Mi ha insegnato cos’è la Juve, cos’è lo stile-Juve, cos’è il tifo per la Juve – mi ha insegnato a stare seduto in uno stadio o davanti a un televisore. Mi ha raccontato una storia bellissima, piena di personaggi pazzeschi. Mio padre fu un grande, a scovarlo e a regalarmelo, e mi viene da piangere a pensare che aveva quarantadue anni, e io ne avevo dieci, e la Juve aveva vinto 13 scudetti. Cioè, doveva ancora succedere tutto, eppure era già successo tutto.