Fenomenologia della “nuova” Juve di Allegri

Esistono coloro che il calcio lo riducono a puro empirismo. E ci sta, d’altronde il calcio è un fenomeno materiale e studiabile scientificamente. Però c’è anche chi, come il sottoscritto, preferisce parlare di campo sfruttando piuttosto una visione semiotica. Pur sempre una scienza direte correttamente voi, ma che prende vita da un’interpretazione concettuale differente: il calcio è anche immaterialità e metafisica, espressione dell’insondabile e dell’istintivo. La semiotica analizza il linguaggio e, nella fattispecie, riduce tutte le relazioni e i nessi a fenomeni di significazione, attraverso i quali si attiva un processo di comunicazione. C’è il mittente di un segnale, ovvero chi il messaggio lo manda, e un ricevente, chi il messaggio lo intrepreta. L’incaricato ad accogliere l’informazione calcistica è l’allenatore. Mi spiego. Allegri, quando parla dell’importanza degli interpreti e sottovaluta le modalità con le quali questi vengono schierati in uno scacchiere tattico, a mio modo di vedere si riferisce proprio a questo. Non esiste un metodo o solo “il” metodo scientifico e incontestabile per convertire tutte le proprie pippe mentali in successi certi. Servono anche altre cose, che solo chi vive a stretto contatto con la rosa e il centro di allenamento può recepire e valutare. In questo continuo scambio di informazioni sul campo, si crea processo di comunicazione che il ricevente deve far suo e dal quale deve tirare fuori delle indicazioni, non delle conclusioni, utili a conseguire un risultato attraverso un processo interpretativo.

Ed ecco che adesso vi spiego come può essere maturato il successo di Napoli  -secondo la mia modesta opinione- che si basa sui suddetti spunti. Quello di Allegri è stato un capolavoro tattico dovuto a tutti quei segnali che lo stesso ha percepito durante la settimana. E i “messaggi” che ha ricevuto prima del big match, non hanno riguardato solo la forma fisica e le derive tattiche pianificabili a seconda dei componenti della rosa effettivamente a disposizione. Gli scorsi giorni sono stati il déjà-vu di un anno fa, la riapparizione del momento in cui il desiderio del risultato ha riportato quello spirito di sacrificio che ci ha permesso  di vincere l’ennesimo scudetto e di arrivare oltre le nostre effettive capacità in Europa. Allegri ha visto una squadra unita e con un obiettivo, riducendo tutte le fisime riguardanti il 4-3-3, il 3-4-2-1, il 4-2-3-1 ad una scelta semplice e lineare di un gioco accorto e basilare, a costo di essere poco spettacolare. Un “ripartire” per “ripartire” che ha saputo recepire dalla disponibilità della sua rosa ad accettare qualsiasi schieramento, sia tattico che negli uomini, con il solo obiettivo andare al San Paolo a fare il risultato. Può darsi che pure le mie siano pippe, ma spiegatemi allora Paulo a uomo su Jorginho, Higuain in campo con il tutore, Matuidi a fare l’esterno di centrocampo per raddoppiare Callejon e fare continuamente su e giù per il campo fuori ruolo, De Sciglio bloccato a pensare a Insigne senza superare il centrocampo. Indicazioni tattiche direte voi. Certo, ma segnali di un approccio preciso che non dipende solo dal direttore d’orchestra, ma che proviene dagli stessi interpreti. E poi le foto dello spogliatoio, le voci sul discorso alla squadra di Barzagli e la grinta del Pipita: “segnali” anche quelli, che sono di buon auspicio per il futuro stagionale.

Questo, per me, ci ha fatto vincere al San Paolo, non l’acume di quel 4-4-2 improvvisato. Allegri lo ha capito e ha pensato solo a scegliere gli uomini migliori. Ci ha fatto vincere prima di tutto il giocare per noi stessi, per la Juve, per attenersi fedelmente a quello che il nostro DNA richiede. Perchè vincere non è importante, è l’unica cosa che conta.