Difendiamo la città, e lo striscione

Non abbiamo apprezzato sin dal principio gli appelli del sindaco di Napoli, il quale, dopo avere detto che Higuain non potrebbe più farsi una bella passeggiata in città e, dopo la grave offesa subìta in Coppa Italia con i due rigori alla Juventus, non ha più resistito e ha gridato “difendiamo la città!”.

Continuiamo a pensare che chi rappresenta le istituzioni debba sempre pensare fino a mille prima di dire una parola di troppo, in ambiti in cui la passione ha spesso il sopravvento sulla razionalità. Che i presidenti delle squadre di calcio non debbano parlare di Cavour, del nord e del sud, perché poi c’è chi pensa che il calcio sia qualcosa di più grande rispetto a quello che è.

 

Certamente De Magistris non intendeva incitare a speronare un bus di tifosi juventini campani, bloccargli la strada, percuoterlo con delle mazze: lui intendeva solo chiamare a raccolta “la città” contro quelle presunte ingiustizie, ma qualche teppista ha cominciato a difenderla a modo suo.

Il sindaco non lo auspicava, ovviamente, e certamente i violenti sono equamente divisi in tutte le città. Ahimè tocca fare queste premesse, anche nel 2017: lungi da noi credere che esistano tifoserie buone e cattive, tantomeno città buone e cattive (ma anche squadre buone e cattive, eh), però ribadiamo ancora una volta che non aiuta a tenere distinti i piani e il clima sereno il confondere scientemente di continuo la squadra e la città con concetti medievali (“difendiamo la città”, appunto, sopportabile al più per un coro di tifosi), ripetuti talvolta anche da giornalisti e intellettuali di quelle parti.

L’episodio viene raccontato da Il Mattino, costretto a informarci di eventi del genere dopo qualche anno in cui si è speso abbassare i toni e a spiegare che è solo calcio, la Juve solo un’onorata rivale, nulla per cui prendersela sul serio.

 

Ora sono in arrivo due Napoli-Juve piuttosto caldi: siccome il settore ospiti sarà chiuso, supponiamo che sarà possibile per i tifosi juventini con un biglietto di tribuna tifare liberamente per la propria squadra, come fatto da tanti supporter azzurri allo Stadium, mentre sul campo era in corso quel duro attacco alla città.

Ecco, sarebbe bello che il sindaco invitasse ufficialmente allo stadio quei tifosi juventini aggrediti: quello sì sarebbe un gesto difensivo. Quello sì, sarebbe un modo per difendere la città, quantomeno dal pensiero – incivile quanto quei deprimenti cori negli stadi che biasimiamo di continuo – che non si possa scegliere serenamente la squadra per cui tifare, senza offendere le radici, la storia e la cultura di quel posto (tocca chiarire anche questo, nel 2017).

 

Tutto questo è accaduto nella settimana in cui, per ripulire le curve, è stato deferito Andrea Agnelli, noto per essere elemento poco raccomandabile, in un calcio per il resto governato da uomini di ben altre frequentazioni e caratura morale.

Per una volta, per affrontare un problema secolare, si parte dalla Juve. Statisticamente doveva pur accadere, prima o poi.

Il deferimento, peraltro, viene dal prefetto che trattò con qualche gentiluomo allo stadio pur di fare terminare una partita. Ma è tempo, oltre che di fake news, anche di paradossi, quindi non c’è da scandalizzarsi troppo.

Paradossi e fake news fuori dal campo, ma anche al suo interno si possono ravvisare aspetti tragicomici, visto che alcuni tifosi napoletani continuano a sventolare lo striscione “RIGORE PER LA JUVE”, talismano che porta un paio di rigori a partita, rispetto a chi ne ha avuti 3 in 29 incontri.

Si tratta del resto dell’anno più difficile per la mitica classifica virtuale senza errori arbitrali, in passato presa (in modo demenziale) come Bibbia per provare a tramutare in numeri l’idea di un calcio senza sviste dei direttori di gara, ma che ora non gode di grande successo, quasi nascosta e complicata da trovare nei meandri dei siti: se riuscite a scovarla, scoprirete che la Juve è stata danneggiata come solo le ultimissime in classifica, anche se leggendo i media e qualche illustre giornalista su twitter parrebbe il contrario. Lo stesso potreste riscontrare scorrendo la graduatoria, più oggettiva, dei rigori assegnati: Juve in zona retrocessione anche lì.

Ma, anche riusciste a scovare queste classifiche, non conterebbe, perché Sarri si lamenterebbe lo stesso di giocare a mezzogiorno (pure se ci giocano tutti senza lagnarsi); qualche media riporterebbe comunque che l’Aia certifica l’errore su quel fallo di mano, pure se non è vero;  i tifosi indignati sventolerebbero lo stesso lo striscione “rigore per la Juve”, pur avendone potuti tirare di più in una settimana rispetto a quei ladri in un anno.

 

Tutto l’insieme di questi fattori farebbe impazzire qualunque tifoseria, ma – violenze a parte – non può impressionare più di tanto chi ha dovuto rispondere perfino in un’aula di tribunale di controllo mediatico perché un suo dirigente chiamava Baldas in una trasmissione vista dallo 0,5% degli spettatori, mentre la squadra con cui si giocava gli scudetti aveva un certo rapporto di familiarità con tre televisioni un po’ più viste.

 

Alle mazze no. Ma ai paradossi, noi, siamo abituati già da un po’.