Die Hard – Duri a morire

Marione si fa il segno della croce, con sguardo truce entra nella parte di Bruce Willis e, incurante del respiro taurino di duecentomila narici giunte sugli spalti per assistere alla Remuntada, si appende al collo un cartello con la scritta “odio la Catalogna” e ara il Camp Nou fino all’ultima stilla di sudore. Io, già così, sono commosso al punto che al confronto mia nonna all’ennesima replica di “Uccelli di rovo” era la signorina Rottermaier di Heidi. Ed è inutile aggiungervi le sensazioni provate per ogni intervento risolutore di Chiellini, anch’egli calatosi alla perfezione nel ruolo di un Samuel L. Jackson nella versione salvatore del compagno.

Generosi, tutti. Lucidi come voleva il mister, quasi sempre. Perché, ad un certo punto, son diventati quasi insopportabili. E tic e toc, e tic e toc, ogni passaggio era come un messaggio del tipo “ne ho fatti 143 in una cinquantina di partite, ti trafiggo come e quando voglio”. E, improvvisamente, sembrava dovessimo perdere di lì a poco la bussola, mentre piovevano palloni in area come polpette. Che, ogni volta, venivano attratte da Bonucci e da questi ingurgitate con la stessa, insaziabile, tranquillità di un atletico Poldo. Trasmettendo fiducia e con essa una sensazione di straordinaria normalità di una situazione assolutamente sotto controllo, che rinviava sine die il momento dell’affanno.

La calma, come quella di Pjanic. Ha spazzato senza fronzoli quando occorreva, recuperato palloni in quantità e, inoltre, ricordato frammenti di Pirlo quando ha avuto un metro e un battito di ciglia in più per ragionare. Magari non l’ha sfiorato nella maestria di giocare con la fronte rivolta alla propria porta, certamente sì in quella della continuità di rendimento e nella capacità di essere misurato nel breve. Dispensando i palloni con il giro giusto e scegliendo spesse volte la più appropriata via d’uscita. Bravo, davvero.

E se è stata una ripresa di passione, lo si deve solo al timore che si trattasse di un incantesimo che si potesse sciogliere con un semplice schioccar di dita. Quasi a non voler credere alla solidità di un gruppo che nasce nell’estate del 2011 e che, partita dopo partita, si è soltanto fortificato. Tutto fuorché una cosa casuale.

E dire che la loro linea di fuoco ci ha provato fino all’ultimo ad indovinare la combinazione vincente che violasse la cassaforte torinese. O meglio, fin quando l’entrata in campo di Barzagli – più o meno in concomitanza del momento in cui si concretizzava nel turno precedente la rimonta al PSG – non li ha costretti ad addivenire a più miti consigli. Ma, prima, una virgola e il tappo rischiava seriamente di saltare. Un’uscita imperfetta del capitano e anche l’evanescente Suarez ha azzeccato l’assist giusto. Messi lo dilapida con una girata in curva che dice tutto.

Segnarne 500 superando migliaia di tibie in corsa ne attesta da anni la grandezza, non trovare la porta in due partite intere più recupero non può scalfirla ma, al contempo, rende il reale valore della prestazione offerta dai bianconeri. I quali han cominciato a vincerla contenendo innanzitutto il suo estro, senza soffocarlo ad ogni costo con le brute maniere. Come quando si affrontava il “cigno di Utrecht”. Ecco, da oggi si dovrebbero scomodare gli interi 180 minuti di Juventus Barcellona per spiegare il vero significato, in campo calcistico, della locuzione. Costretto a superare il suo limite della fretta che, per inciso, in lui è notevolmente più elevato rispetto a quello di ogni altro cultore della pedata, nei due incontri il genio si è divorato tre rigori in movimento, solo l’ultimo con palla a mezz’aria e nemmeno col piede preferito. Non può essere stato (solo) un caso. Evidentemente, il fuoriclasse si è trovato all’improvviso in un negozio di caramelle nell’orario di chiusura e senza aver il tempo di scegliere quella più gustosa. Il negoziante l’ha cacciato in malo modo mentre tirava giù la saracinesca e lui non ha recuperato di meglio che un lecca lecca scaduto messo da parte vicino alla cassa.

E se a ciò si aggiunge l’identica sterilità di ciascun suo compagno, fenomeno o meno che fosse, il quadro è completo e l’applauso stavolta deve partire convinto nei confronti di tutta l’organizzazione difensiva degli uomini di Allegri il quale, a furia di sbatterci il muso, dei blaugrana ha capito proprio tutto. Alla faccia di Cassano che un quarto di finale di Champions non sa nemmeno cosa sia. A parte quella volta che dovette inchinarsi proprio al Barcellona, s’intende. Di Allegri, s’intende, che intanto prendeva appunti in vista della serata a noi più cara. Tiè (s’intende).

E poi l’insofferenza di chi non riesce a trovare il bandolo della matassa. I segnali di quella catalana passano anche dall’estremo tentativo di cercare con sempre più insistenza l’angolo con soluzioni dalla distanza. Strano per chi si ostina a voler entrare ogni volta nella porta col pallone. Ancor prima, dai continui capannelli intorno all’ottimo arbitro, da un gioco non fermato con un uomo a terra, da una rimessa laterale non restituita, da un calcione rifilato a palla lontana. Piccoli indizi, più o meno gravi, precisi e concordanti, che hanno svelato la tensione di un gruppo al quale sembrava avessero dovuto consegnare la coppa già al termine del turno precedente. Che, al contrario, svaniva minuto dopo dopo minuto insieme alla consapevolezza che, no, stavolta l’invocato golletto il Camp Nou non l’avrebbe realizzato.

E i nostri, che nella gara di andata avevano affondato il coltello nelle flaccide piaghe difensive dei blaugrana, stavolta hanno approfittato della loro difficoltà mentale per convincersi ancor di più del loro predominio anche sotto questo aspetto. E, allora, invece di un appariscente flambè, han preferito una cottura della partita a fuoco lento, insegnando ai Maestri l’arte del ragù.

Il nostro, di calcione intendo, è invece intriso del pagano sacrificio di un panzer immolatosi con la lucida visione di ciò che non doveva accadere. Non in quel momento, non in quel modo. Costasse anche un pesante turno di squalifica, il repentino rattoppo di Khedira all’amnesia di Alex Sandro è un altro mattone della qualificazione dei bianconeri. Così si spendono i cartellini, baby.

Si poteva far meglio lì davanti, è vero. Anche se per buoni tratti di gara si è stati tutt’altro che arrendevoli. Chi c’era ha fatto quel che ha potuto in rapporto al risultato dell’andata, al valore dell’avversaria, all’atteggiamento espresso, all’importanza dell’evento. Meglio Paulo nel primo tempo, ma le occasioni le ha avute il Pipita, impreciso spalle alla porta quando c’era da far salire la squadra o, comunque, non regalare subito palla ai catalani. Meglio lui nella ripresa, più calato nel match, ma l’opportunità non l’ha sfruttata la Joya. Dani (vabbè, abbiamo capito, deve giocare queste partite) e Sandro erano piuttosto bassi, lo imponeva un copione che non ammetteva cazzate, non giriamoci intorno. Provateci voi a correre dietro a Jordi Alba e Neymar per novanta minuti. Cuadrado e Mario erano dei jolly che, a turno, provavano a dar manforte ai compagni isolati in territorio ostile, il colombiano con più convinzione, arrivando però senza gamba e col fiato corto ogni volta.

Ora, uno sguardo al sorteggio e testa al campionato. Perché non si è vinto nulla e c’è ancora spazio per crescere. Ripartendo da una partita, o meglio una sfida di 180 minuti, preparata in maniera esemplare da Allegri e interpretata egregiamente dai ragazzi in campo.

Insomma, non è che la manifestazione sia stata organizzata per garantire all’esigente palato dell’Arrigo una piacevole serata di football e l’obiettivo prioritario, nella seconda metà del confronto, era quello di non prenderle. La prossima volta registrategli Bologna-Napoli e fategli commentare quella, tanto nemmeno se ne accorge.

 

Di Roberto Savino