La notte in cui la Coppa Italia è diventata la Coppa di Tutti

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Tutti perché la Coppa Italia è più di ogni altro il trofeo di tutti. Di chi gli veniva raccontato che è roba per le terze linee, per mettere minuti nelle gambe, per chi bisogna spiegargli che ha un senso lo sforzo quando ancora la stagione prosciuga ma è un foglio bianco, per chi invece l’appuntamento con la finale non lo vorrebbe perdere e invece. Per Allegri che a quei tutti deve dispensare zuccherini e sguardi, decisioni e anche mancate spiegazioni.

Bello vedere che a Roma sono scesi tutti, Pjanic primo con la maglia del tradimento sotto la Sud, Rugani che avrebbe potuto e dovuto esserci, Khedira che infila il tunnel quando mancano quasi cinque minuti, Lichtsteiner ultimo a segnare qui prima in questa Coppa mai così significativa e sentita a memoria di chi scrive, e ultimo tra gli attuali umani a ritirare la medaglia da Mattarella e Malagò. E poi Higuain che in una notte che nemmeno Vialli (sottoporta) nel 1996 vince grazie agli altri (in attesa della prossima). O ancora Asamoah, felice come un bambino, Dybala e il suo lungo e doppio abbraccio col mister che lo sta trasformando.

Ne mancano in questa lista, mancano i migliori in campo di novanta minuti di slancio nella prima frazione e di cara vecchia rognosa e magari troppo Italiana Juventus. Che poi, vista all’Olimpico, si traducono nei nomi di tre che vivono per il verbo vincere: Dani Alves, Mandzukic e Barzagli. Bonucci in questa specie un po’ retorica è fuori classifica.

Non so se siano tutti, probabilmente no. Poco importa, se si pensa che nel destino ci sono cose che sembrano a caso e assumendo improvvisamente un senso: Chiellini che la alza, Marchisio che la gioca. Felice, prima di tutto, per loro. Per la profondità bianconera che assume tutto questo. La Coppa che è stata a lungo di nessuno, dentro questo infinito ciclo, più d’Italia di così non poteva essere.