Perché il compito più difficile ce l’ha Dybala

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Vincere così, a San Siro, scacciando le scorie sottopelle della passata stagione: non soltanto Locatelli e Doha (partite delle quali si è scritto troppo poco, ma che Allegri teneva appiccicate al dito mettendole al primo posto della lista dei propositi di secondo grado della nuova stagione), ma anche più in generale la trasfertite acuta 2016/17 in Italia che in un campionato configurato ex-novo può essere pagata a caro prezzo.

Vincere così, ossia in maniera stringata, vincere di sintesi. Vincere senza controversie, vincere con il campione, vincere combattendo. Vincere così, appunto, che significa scrivere il titolo della partita, deciderne la prospettiva, travolgendo i vinti. Che nel caso specifico non sono i milanisti, ma gli allarmisti e i detrattori (chi di Allegri, chi di Higuain, chi di tutti gli altri a turno) cioè il temutissimo e paradossale fuoco amico.

Insomma, la Juve ha risposto a se stessa. Non agli altri. Ha risposto alla domanda sul proprio campionato. Non al Napoli. Non alla Champions League. Allegri ha avuto la capacità, fin qui, di farla vivere come un mondo parallelo. La vittoria di San Siro è il punto di ripartenza, ovvero come si gioca e cosa ti chiede il campo nelle trasferte di Serie A: se l’unico singolo di cui serve parlare è il centravanti, hai fatto il tuo; se del plotone dei difensori non c’è più da raccontare alcun errore individuale, hai completato metà dell’opera. Sono le basi, per una squadra che può contare come nessun’altra sul fattore campo (lo dicono i numeri, alla faccia del fresco blitz di Ciro Immobile).

Poi però c’è il lato europeo della vicenda, dove la sublimazione del coro avviene attraverso i picchi individuali. A Lisbona, ad Atene come fossero Madrid. Allegri ha fissa la necessità, ha chiaro l’obiettivo ed è logico possa chiedere di più rispetto ai percorsi che portarono a Berlino e Cardiff. Il Rugani di Milano non basterebbe. Non basta quell’Asamoah. Pjanic non può dedicarsi esclusivamente all’accompagnamento. Dybala giocato come jolly sulla mediana e come insider su Higuain – sempre, costantemente, lepre per tutti – è la pretesa che porterebbe la Juventus ancora oltre la sua categoria di appartenenza. Perché l’assortimento dinamico tra i due, la cara vecchia intesa a occhi chiusi, è ancora un cantiere aperto.

A Milano è come se si fosse visto un rendering che deve poi materializzarsi mattone su mattone. E più che un obiettivo per Allegri (al quale competono già altri mille pensieri), questa massimizzazione spetta a loro due: difficile per Higuain non immaginarsi uomo solo al comando, ma più difficile ancora per Dybala giocare nella posizione (centrale, fluttuante, con un toro dagli occhi rossi di gol davanti) in cui nel calcio di oggi non esiste un solo attaccante che si esprima a livelli mondiali. O sbagliamo?