In Champions, like a boss!

Stasera la Juve deve andare ad Atene “like a boss”, come vice-campione d’Europa, e vi spiego perché.

Ogni anno Allegri è sempre, maledettamente, magnificamente, uguale a sé stesso:

sperimentazioni di fine estate (ovviamente il miglior momento per farlo),
rotazioni autunnali (ovviamente l’unico modo per gestire i minutaggi, dare fiducia alle seconde linee e arrivare nel momento clou con energie residue),
fissazioni su alcuni intoccabili (e finché vince e arriva alle finali CL, avrà ragione lui)
idiosincrasie con la parte di tifo&critica che preferisce tutto e subito ai risultati finali.

 

Sappiamo che “quella parte di tifo&critica” è per sua natura incontentabile. Se vinci con litanie di 1-0 e celebri la liturgia del cinismo ti tirano le pietre, se vinci 2-6 e 2-4 e perdi 3-2 allora ti tirano addosso macigni. Tifosi&Critica ce l’hanno, da un lato, con Allegri troppo cinico e speculativo che vince 1-0 e, dall’altro lato, con un Sarri troppo schematico e testardo (fin qui elogiato) che perde 1-0.

Ogni anno, di questi tempi, si acclamano nuovi antagonisti che provano a frapporsi ad un dominio che stufa e fa disaffezionare la clientela pagante. C’era il violinista Garcia, l’esperto Benitez, sprazzi di Mazzarri come Mou, Mancio come Mou, Pioli come Mou, ora c’è il sempre valido Spalletti, su sponde diverse e Sarri archetipo perfetto dell’antagonista, anche esistenziale.

La retorica di contrapporre rivali e stabilire migliori e peggiori però stufa, e comincia a divertire meno anche la ridda di proclami, dal Luglio Milanista/Interista (ad anni alterni) al Gennaio Napoletano/Romano/Milanese (col “torneo più bello di sempre e mai così competitivo”). Alla prova dei fatti la Juve fa il suo sporco dovere in A, specie nei big match, in cui è più difficile “distrarsi“, anche dopo 6 anni di trionfi.

Se vincere in Italia è difficile e rivincere è straordinario, la vera dimensione della Juve di Allegri 4.0 è però il banco di prova Europeo. 

Anche, qui, il percorso di Allegri è sempre lo stesso: fatti e punti, zero piacioneria e la possibilità di centrare l’ottava qualificazione di fila, più di Mou (7), dietro solo Wenger (12). Emblematico della sua capacità di portare a casa il risultato minimo.

Nei gironi disputati con la Juve Allegri non ha mai strafatto, semplicemente si è limitato, in coincidenza con la sua interpretazione del periodo, a portarla a casa:

Giocando peggio e senza farsi male allo Stadium con le superbig: Atleti e Barca.
Giocando così così con risultati alterni con rivali di pari valore: City e Siviglia.
Giocando male ma spuntandola con rivali inferiori: Olympiacos (3 anni fa), Borussia M., Lione o, quest’anno, Sporting.
Giustiziando, senza champagne, rivali nettamente inferiori: Malmo, Zagabria.

Allegri resterà nella storia Juve anche per la sua scansione temporale delle stagione, in cui “dagli ottavi inizia un altro torneo ” così, come in A “conta Marzo”. Scansione che riflette la sua capacità di gestire ansia, ritmi e momenti decisivi di stagioni e gare.

Tutto molto efficace, prima di essere bello o brutto:

– i risultati arrivano, la strategia è perfetta, la rotazione è utile, al clou ci si arriva bene;
– i nuovi sono inseriti a fuoco lento e vanno in campo croccanti e gustosi,
– i senatori sono tenuti comunque in gran conto e mai esautorati,
– i giovani fanno la gavetta e arrivano già maturi, quasi azzimati.

Allenatore perfetto per risultati perfetti: 3 double, 2 finali di CL perse per manifesta inferiorità (con squarci di illusioni) e fino in fondo in 8 competizioni su 9.

Ma c’è un grosso MA in tutto questo.

Sul vertice del mondo ci siamo già arrampicati 2 volte, arrivandoci in modo brusco e insperato e crollando in modo altrettanto violento. Ecco che i 2° posti nei gironi, anche dietro il Barca, ci vanno stretti, che qualificarci all’ultima giornata, come una Roma o un Napoli qualsiasi, infastidisce.

Sappiamo che dagli ottavi faremo una grandissima Champions, come sempre fatto:

gare ciniche e mature contro i meno forti (Borussia, Monaco 2v., Porto);
gare epiche e memorabili contro i più forti (Real 2015, Bayern 2016, Barca 2017);

Il punto è che arrivarci così è uno stillicidio, perché la Juve vice-campione d’Europa dovrebbe avere la forza di ribaltare  lo Sporting e far tremare un Barca poco volitivo, sfruttando quel pareggino di Messi e co. proprio in Grecia.

Che Atene sia decisiva, in mezzo a Napoli e Inter, è un rischio che la Juve non dovrebbe correre, mai. Proprio per la sua filosofia di gestione degli impegni.

La Juve in un mondo ideale stasera dovrebbe chiudere la pratica in mezz’ora, palleggiando e pensando all’Inter. Se in questi anni abbiamo spostato il peso dei valori e dei soldi dal centrocampo all’attacco (40 mln per Dybala che rientrano da Vidal; 90 per Pogba investiti per Higuain, 40 per Bonucci investiti in Douglas), non possiamo andare in CL a poggiarci solo sulla difesa impenetrabile, ma va messa sul tavolo la sua qualità offensiva.

Se in A facciamo 3 gol a partita (41 in 15 gare), in CL non possiamo farne 5 in 5 gare. La Juve è 23° (su 32) per gol realizzati, anche se è 7° per tiri effettuati.

Un’incapacità di finalizzazione dovuta in parte alle difficoltà dei nostri attaccanti contro marcatori più fisici, più veloci e spavaldi, ma anche e soprattutto difficoltà della squadra di avanzare, entrare in area, creare occasioni pericolose contro squadre che accettano l’uno contro uno, aggrediscono e impongono ritmi elevati alla gara. Qui Dani Alves non c’entra, né centrano le spettacolari peripezie del PSG, qui è la Juve che deve inclinare il piano sul peso del suo attacco contro una squadra decisamente inferiore e poi, solo poi, gestirla con intelligenza e con la proverbiale calma della sua difesa.

Stasera la qualificazione non è l’unica cosa che conta, conta anche ritrovare convinzione di respiro internazionale nei propri mezzi, nel lavoro quotidiano e nelle ambizioni.

La Juve deve andare Atene “like a boss”, come vice-campione d’Europa. Punto.