Del centrocampo a due con questo Khedira

La Juventus raramente ha giocato dei bei gironi di Champions. Quello di quest’anno non ha fatto eccezione ma poco male: tanto, “la vera Champions inizia a febbraio” (cit.).

Tuttavia, per quanto forse sia eccessivo esaminare con la lente d’ingrandimento la partita del Karaiskakis, molte delle difficoltà emerse in terra greca sono purtroppo una costante della stagione bianconera.

Nella ripresa, la Juve ha fatto male soprattutto per i molteplici errori tecnici dei propri interpreti in tutte le fasi, Dybala su tutti, che hanno perso una mole di palloni e vanificato situazioni interessanti. Basti pensare al grossolano svarione di Barzagli, che servendo una Joya braccata da due avversari ha provocato una delle occasioni più nette dell’incontro.

 

Tatticamente, però, la mediana a due (o meglio, questa mediana a due) ha mostrato seri limiti, soprattutto nel secondo tempo, che hanno dato verve all’Olympiakos e fatto soffrire la Juve. Prima di tutto, con Khedira e Matuidi è mancato un riferimento nella costruzione dal basso. In tal modo, si è spesso provato a risalire il campo quasi unicamente con azioni individuali, che non sempre andavano a buon fine.

Inoltre, si sono rivelati fallimentari i tentativi di pressione più alta, coi due centrocampisti – anche mal accompagnati dal resto della squadra – fuori tempo, si è quindi creato parecchio spazio alle loro spalle. In una di queste situazioni, solo la provvidenziale uscita di Benatia (con intelligente uso del fallo tattico) ha evitato un’azione pericolosa.

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La squadra è parsa indecisa se adottare larghe fasi di difesa posizionale come a Napoli o se invece approcciare tentativi di recupero palla più in avanti. Il risultato è che si è vista una fase di non possesso inefficiente per larghe fasi della ripresa: Dybala né schermava i mediani né aggrediva il portatore di palla, col 442 che ha coperto  male il centro del campo. Una squadra poco palleggiatrice (eufemismo…) come l’Olympiakos è quindi riuscita a trovare con continuità l’uomo tra le linee, approffittando di coperture degli spazi errati, con troppa libertà sulla trequarti e retroguardia scarsamente protetta. Ergo, reparti sfilacciati tra loro.

 

 

In realtà, l’ingresso di Pjanic per Dybala non è stato dovuto solo allo scarso stato di forma dell’argentino, bensì all’esigenza di rinforzare un centrocampo costantemente in affanno. E, pur senza un impatto monstre sulla gara, il bosniaco ha per lo meno reso più qualitativa la costruzione dal basso, aggirando con più continuità il pressing greco, intenso ma allo stesso tempo confuso.

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In generale, la Juve sa svolgere in modo perfetto, per tutti i 90′, partite difensive in cui si mantiene il baricentro basso, non lasciando quasi spiragli agli avversari. Il problema è quando si cerca (vedasi Sampdoria-Juve), per intenzione o necessità, di alzare il proprio raggio d’azione: la squadra non sa stare corta e viene bucata con relativa facilità, con la difesa non è protetta a dovere.

Senza dubbio, tutto ciò viene accentuato quando si gioca a due in mezzo – anche considerando che, con l’eccezione di Matuidi, in mezzo al campo la Juve non possiede atleti molto dinamici, basti pensare a un Khedira in grosso affanno -, ma è sbagliato ridurre tutto alla quantità di centrocampisti schierati da Allegri. Senza arrivare fino a Juve-Lazio, anche contro l’Olympiakos a tratti Matuidi e Khedira si sono fatti attrarre eccessivamente dal pallone lasciando Pjanic in totale solitudine contro le ripartenze avversarie.

 

 

 

Insomma, quando c’è da difendere bassi, i bianconeri sono un meccanismo in cui quasi tutto funziona alla perfezione. I problemi sorgono quando ci si trova costretti a giocare in spazi più larghi: diversi uomini sono in affanno e i reparti paiono scollegati tra loro, soffrendo anche contro avversari impronosticabili. La Juventus, quindi, non si può ancora definire corta come vorrebbe.