Caro Miha ti scrivo

“Non esiste un derby con squadre dalla storia e dal DNA così diversi, da altre parti. È la sfida tra popolo e padroni, passione e ragione, colori e bianconero”. Così Sinisa Mihajlovic accende gli animi e i cuori dei tifosi alla vigilia del 145° derby della Mole.

Caro Miha,

piacerebbe anche a me essere così eccitata per la partita di domani, dico davvero. Per me, juventina di Torino, il derby è quasi diventata una partita come le altre. Clima tiepido di inizio autunno, qualche striscione sfottò appeso ai Murazzi, giusto per ricordarvi chi comanda non solo in Italia, ma anche in città. Un sabato sera allo Stadium con la speranza di strappare ogni vostra velleità magari di nuovo al 94°, come spesso ci piace fare ultimamente.

Sì, perché per me Juve-Toro inizia all’ingresso dello stadio, quando comincio ad infervorarmi anche io e a tifare come se fosse l’ultima partita che vedrò in vita mia, e finisce al triplice fischio.  Per voi cugini è, da sempre, “l’evento”, quello per cui strapparci un po’ di punti tra andata e ritorno diventa la conquista calcistica più grande della stagione; quello per cui poi in città, per qualche giorno, venite considerati anche voi; quello per cui se si vince si è sconfitto “il padrone cattivo che ha i soldi e arraffa tutto”.

Mi spiace dirvelo ma Torino non diventa granata alla conquista dei 6 punti tra andata e ritorno. Mi spiace anche dirvi e dirti, caro Miha, che la lotta di classe, sulla quale tanto vi piace far leva e nella quale non crede più neanche Raul Castro, oltre ad essere abbastanza anacronistica, è anche piuttosto inesatta.

Infatti, caro Sinisa, chissà se sai che è proprio dal “popolo” che venivano sostenuti i colori bianconeri. Era con quel popolo, fatto di immigrati meridionali arrivati a Torino per colpa proprio del brutto e cattivo “padrone” Agnelli, in cerca di forza lavoro per l’azienda diventata poi simbolo, non solo della città, ma di tutta la penisola intera: la FIAT, che la tifoseria bianconera ebbe un incremento esplosivo a partire dal secondo dopoguerra.

La squadra, perciò, venne ben presto associata all’azienda, divenendo, così, anche simbolo di integrazione sociale. Chissà se almeno il tuo presidente, umile amministratore delegato di RCS e proprietario di La7, conosceva questa storiella. Credo che nemmeno la maggior parte dei cugini la sappia, o per lo meno, sono sicura che quei pochi granata che orbitano tra le mie conoscenze, non abbiano nemmeno idea a cosa io mi riferisca.

Ma per fortuna a Torino, ormai, non vi si vede quasi per nulla, tranne quando vi riunite in sessione straordinaria all’Olimpico, la giornata in cui veniamo a farvi visita. Allora, magari, in quell’occasione potrei fare una buona azione socialmente utile: mettermi al di fuori dello stadio con qualche centinaio di pamphlet da distribuirvi, con su scritto questo piccolo pezzo, con l’augurio di farlo leggere ai vostri compagni di tifo e al vostro allenatore, che così, magari, al ritorno troverà qualche motivazione più “calcistica” e meno “anacronisticamente retorica” per affrontare il prossimo derby della Mole.