Il calciomercato, ovvero arte o scienza del calcio

Chi non ricorda la scena del Calciomercato del film “L’allenatore nel pallone” (per chi non conoscesse, ecco qui).

 

In quell’epoca, il calcio italiano, che peraltro era ai vertici nel mondo, era rappresentato dai “presidenti”, figure come Benito Fornaciari (“Il presidente del Borgorosso Football Club”), proprietari unici e indiscussi delle squadre, che gestivano come giocattoli personali.

Le squadre erano associazioni sportive, non “società”, cioè soggetti economici con obblighi definiti dal diritto commerciali, quali il bilancio, la gestione finanziaria, i contratti, i marchi, i diritti di immagine, eccetera.

Il calciomercato si svolgeva in sessioni “chiuse” in un unico luogo (tipo l’Hotel Gallia o Milanofiori) dove i presidenti si riunivano, trattavano e facevano affari dandosi la mano.

Non c’erano direttori tecnici, direttori sportivi, amministratori delegati.

C’erano gli intermediari, tipo Andrea Bergonzoni e il suo “fratello di lecce” Giginho. Queste figure si sono poi evolute nei vari Raiola, Mendes, Kia Joorabchian, rappresentanti di scuderie di giocatori a livello mondiale, e dai contorni piuttosto sfumati dal punto di vista della legalità.

 

Oggi, il mondo del calcio si è fortemente professionalizzato, così si è anche progressivamente fatto più complesso.

Ma come funzionano i bilanci delle squadre di calcio e qual è l’impatto del calciomercato?

 

1 – Aspetto economico

Come per qualunque impresa, l’aspetto economico è rappresentato dalla differenza tra ricavi e costi. I ricavi (impropriamente “il fatturato”) sono rappresentati da: biglietti, diritti televisivi, merchandising (vendita di oggetti o commissioni per l’uso dei marchi) e le fantomatiche plusvalenze.

I costi sono rappresentati dagli stipendi (calciatori, staff e dipendenti), dai costi di gestione (stadio, viaggi, spese, eccetera), dagli interessi sui debiti e dagli ammortamenti (la quota annuale del valore del giocatore).

In questa ottica, l’acquisto di un giocatore rappresenta – da un punto di vista solamente economico – un aumento del costo relativo allo stipendio e dell’ammortamento, calcolato come valore di acquisto ammortizzato negli anni di contratto.

Quando una squadra ha più ricavi che costi, genera un utile, che può essere ridistribuito agli azionisti attraverso i dividendi.

 

2 – Aspetto finanziario

L’aspetto finanziario è rappresentato dalla differenza tra i soldi che entrano (entrate) e quelli che escono (uscite).

I ricavi non necessariamente rappresentano un’entrata finanziaria immediata, così come i costi non necessariamente implicano un esborso finanziario immediato.

Quando le uscite superano le entrate, è possibile finanziare le casse della società con aumenti di capitale degli azionisti o contraendo debiti (che poi bisogna ripagare in più anni ma che implicano costi per interessi).

Ci sono poi i casi in cui gli azionisti, invece che iniettare fondi con aumenti di capitale, preferiscono fare prestiti onerosi, e ricevere cospicui interessi. Questo succede quando gli azionisti non hanno grande fiducia nella capacità della squadra di generare utili, e quindi preferiscono ricevere interessi oggi, invece che dividendi domani (come il caso del nobile investitore indonesiano Thohir che tanto entusiasmava gli amici cartonati).

L’acquisto di un giocatore con formule più sofisticate (per esempio, prestito con obbligo di riscatto, pago dilazionato) non ne cambia l’aspetto economico, cioè l’impatto sull’utile dell’anno, ma cambia il peso finanziario della operazione.

 

Quindi, qual è la ricetta per poter creare una squadra forte e sostenibile finanziariamente nel tempo?

Come è possibile mantenere un equilibrio economico-finanziario in un mercato con prezzi gonfiati e stipendi altissimi (vedi Neymar)?

 

Esistono varie possibilità:

– Diritti TV: partecipare a competizioni internazionali (e vincerle) garantisce maggiori ricavi da diritti televisivi. Per esempio, nella stagione 2015-2016, la Juventus ha percepito in questa voce 195 M€, di cui 80 M€ dalla UEFA per la Champions League (nonostante l’uscita agli ottavi con il Bayern).

 -Plusvalenze: il “modello italiano”, basato in comprare giocatori e rivenderli a valori più alti. Attenzione, per garantire una plusvalenza, non si compara il prezzo di acquisto, bensì il valore residuo del giocatore (cioè il valore dell’”attivo”, al netto degli ammortamenti per gli anni in cui è stato utilizzato nella squadra). Generare plusvalenze, così come il valore dei prestiti, comporta aumentare i ricavi totali, ma non quelli operativi. Non è, quindi, un modello sostenibile nel tempo.

– Ricavi commerciali (merchandising): il modello inglese, basato nella contrattazione di giocatori “immagine” che possano rappresentare il marchio della squadra (Messi, Cristiano Ronaldo, Neymar, Pogba, etc.). Non si tratta di “vendere magliette”, bensì sfruttare il marchio della squadra attraverso il potere commerciale dei giocatori (per esempio, sponsorizzazioni).

– Costi finanziari e fiscali: le squadre inglesi possono accedere a prestiti meno onerosi rispetto ad altre squadre, grazie ai seguenti fattori: il mercato finanziario, la struttura societaria, gli attivi immobiliari (gli stadi). Oppure sono sufficienti i prestiti degli sceicchi. E contare con sistemi fiscali vantaggiosi permettono di risparmiare sul costo totale degli stipendi sicuramente aiuta.

 

Cosa può fare la Juventus per ottenere il Sacro Graal economico-finanziario e poter dominare il calcio-mercato, come possono fare le squadre spagnole o inglesi?

La permanenza ai vertici della Champions League negli ultimi tre anni ha consentito di aumentare i ricavi da diritti televisivi. Tuttavia, l’appeal della trasmissione del campionato italiano all’estero è piuttosto basso, non solo per il livello calcistico, quanto per la capacità di costruire un “prodotto” e venderlo sui mercati asiatici e americani, così come fanno la Liga, la Premier League e, in misura minore, gli altri campionati europei.

Per aumentare l’appeal, sicuramente è importante il ruolo della Federazione (stendiamo un velo pietoso su quella italiana, con gli intrallazzi con Infront). Ma è altresì importante avere giocatori dall’elevato appeal di immagine. La presenza di questi giocatori consente quindi di aumentare anche i ricavi commerciali da merchandising.

Non sono in grado di dire a Agnelli, Elkann e Marotta cosa fare (come il buon Valem o come si chiama oggi).

Tuttavia, se da un lato ha senso economico-finanziario nel breve termine impacchettare Dybala per 150 M€ (così come è stato fatto per Pogba), dal punto di vista della crescita sostenibile della Juventus non penso sia una mossa logica per permettere alla Juventus di competere con gli altri club europei nel lungo termine.

 

Di Stefano Esposizione