Cagliari-Juve 0-1: perché vinciamo in Italia e perdiamo a Cardiff

Spiace. Di arbitri non me ne intendo. Ho gusti personali, creati sul lungo periodo, pur non provando nessun tipo di attrazione. Se volete, posso dirvi questo: Orsato è il numero uno per distacco da almeno un lustro, ma veniamo a noi.

 

Chi siamo?

La Juventus che in Italia fa, a volte disfa, spesso tiene botta, spaventa e irretiscegli avversari, li gasa e fa loro vivere una notte europea. Direi che è dal 2013, circa, che questa dimensione è stata riacquisita. Poi elevata dai risultati sportivi della gestione Allegri più ancora che da quelli finanziari (sono vasi comunicanti, ho capito, ma nel calcio 11 + 3 non fa sempre 14). Insomma, siamo quelli dei primi 20 minuti di Cagliari, poi anche quelli dei primi 20 della ripresa, arruffati e con le mani disperatamente in tasca per ritrovare il filo (ma dove cavolo l’abbiamo messo sto filo?). Siamo però anche quelli degli ultimi 10, in linea con la novità dicembrina chiesta alla squadra da Allegri, segnata dagli ingressi in pianta stabile di Benatia e Matuidi, quindi difendere aggredendo e senza chiudersi a riccio. Mi sono chiesto perché, ovvero di cosa non si fida più Allegri quando è ora di mettere la cerniera al risultato? Credo si tratti degli esterni, ogni volta poi dipende dai nomi e dal contesto, ma con Lichtsteiner e Alex Sandro (mi tocca dirlo: Asamoah ha poco di meno del brasiliano in questo momento, e anche qualcosa di più) di questi tempi fare le tartarughe dietro vuol dire mettersi a rischio di una temibile successione di traversoni dalla media-corta distanza. Attenzione, però: siamo forti. Nel fisico, nella testa, nel Pjanic-Douglas Costa (torna presto, Dybala!) anche se nessuno tra 25 ha capito esattamente quale sia la pappa preferita da Higuain. Ogni volta la si cambia, e anche quando non la si cambia non è mai come la volta prima. Dolce mistero invernale. Con un punto chiaro, netto, diverso, rispetto al recente passato: è certificato, questa Juve non dipende da nessuno. Facciamolo pure il gioco dei nomi: nessuno. Forse, Chiellini. Ma anche no alla fine. Nomi esauriti.

 

Dove andiamo?

In una direzione nuova. A Cagliari poteva prendere subito la piega di Bologna e invece lascia più segni di Verona. Allegri non arretrerà più dalla linea di una Juve non sempre ragionevole (ma avete presente le scelte di gioco degli ultimi minuti? impensabili anche soltanto sei mesi fa, e forse anche folli… chi lo sa). Non lo fece con il 4-2-3-1 quando si era pensato sarebbe stata una parentesi insostenibile. Quella linea è la linea guida, poi ci possono essere singoli match, costruzioni ad hoc, pensieri profondi sull’avversario. Ma qui, a parte la trasferta del San Paolo, siamo nella sfera Champions che è ancora qualcosa più, in teoria, della sfera Tottenham. Però c’è almeno un però: se perdiamo il filo, con il centrocampo che torna al centro del destino della squadra, si va in direzione Cardiff. Contro Barella (a proposito: meglio lui o Cristante? C’è gente che cambia idea ogni settimana) & co. una certa passività di Higuain ci ricorda qualcosa. Sono istantanee, per carità, che fanno pari con l’imbuto nelle scelte di gioco, la cocciutaggine che gli è valsa anche la fama, il gol di Bernardeschi che in una serata normale sarebbe stato suo. Anzi, non sono istantanee, sono solo paure anche sacrosante che lo juventino deglutisce e scaccia. E poi, altro insegnamento di quel ricordo là: a Pjanic bisogna stare vicini vicini, lo dicono parecchie partite di fine 2017, dargli tutto il corto del mondo e che scelga lui se è serata per giocate diverse, senza che sia costretto a farle. Siamo forti, ma siamo anche bambini per ottenere ciò che pretendiamo di ottenere e, soprattutto, mantenere. Che, chiaramente, non è riferito alla corsa al settimo titolo consecutivo: sulla rampa, è rimasto solo più il Napoli, magari come un Tonkov qualunque…