La solitudine del numero uno

Al momento in cui scrivo Gian Piero Ventura non ha ancora parlato. Dicono lo farà in conferenza stampa: probabilmente quando leggerete queste poche righe avrà già annunciato  le sue dimissioni (cui dovrebbero seguire quelle di tutti i vertici del calcio italiano, ma Tomasi di Lampedusa aveva capito tutto con qualche anno d’anticipo). Intanto, però, chi ci ha messo la faccia, ancora una volta, nel peggior momento storico del pallone nostrano dal dopoguerra, è stato Gianluigi Buffon. CT in pectore? Forse (la reazione di De Rossi quando gli è stato chiesto di entrare potrebbe costituire un robusto indizio in tal senso). Troppo in là con gli anni? La carta d’identità quella è. Non più in grado di fare la differenza come un tempo? Father Time non risparmia nessuno, nemmeno i semidei. Eppure la dignità è qualcosa che non sfiorisce nemmeno di fronte all’incedere del tempo che passa. La dignità è quella che ti permette, a 40 anni, con tre finali di Champions perse, con le lacrime di Milano che si sommano a quelle di Bordeaux (e a quelle di Berlino e a quelle di Cardiff), con una carriera inimitabile macchiata indelebilmente nel finale per colpe non tue (non del tutto, almeno), di presentarti davanti alle telecamere al termine di una partita del genere, mentre altri acchittano il democristianissimo discorso di commiato affinché tutto cambi perché nulla cambi.

Mi ha fatto male vederlo così, Buffon. Mi ha fatto male perché mi sono immedesimato in lui, perché ho sentito quel che provava lui (dolore vero, sincero, al netto delle responsabilità personali e di squadra all’interno di questo psicodramma in più atti), perché è venuto meno il mio proposito di accettare quel che già a Solna avevo intuito come inevitabile senza dargli un peso superiore all’effettivo merito. Non ce l’ho fatta. E mi scopro più amareggiato di quanto credessi e volessi, oltre che preoccupato per l’eventuale contraccolpo psicologico su uomini, prima ancora che calciatori, abituati sì a pesare vittorie e sconfitte, ma soprattutto umani. E quindi sensibili al mancato raggiungimento di un obiettivo dopo aver dato tutto. Perché i Buffon, i Barzagli (che è stato richiamato de imperio dopo il ritiro annunciato nel 2016), i Chiellini (e, fino a qualche tempo fa, i Bonucci), con tutti i loro limiti, con tutte le critiche giuste che gli si possono muovere in relazione a determinate convinzioni, per la maglia della Nazionale non si sono risparmiati. Mai. Succede: è il calcio, è la vita e, forse, è giusto che questa volta sia andata come sia andata. Ma restare indifferenti al finale della storia di Gigi con l’azzurro no, non si può. Comunque la possiate pensare. Perché, intanto, lui ci ha messo la faccia, ancora una volta. Gli altri facciano pure con comodo.

p.s. Per quel che sarà poi il futuro del nostro calcio occorre aspettare e sperare. E programmare. Dumas non l’ha scritto ma l’avrebbe pensato fosse nato in Italia al tempo di questa Federazione. E non è certo con discorsi da una botta e via o con le sentenze improvvisate di una notte che si può pensare di ripartire sul serio.

EDIT: Ventura ha parlato alle 00.10. E no, non si è ancora dimesso. Sipario.