Benvenute, Juventus Women! L’importanza della Juve femminile

Sono passati solo due mesi da quando, a inizio agosto, la Juventus ha annunciato la creazione di una Prima Squadra femminile, che esordirà sabato 30 settembre in campionato contro il Mozzanica, ma i tifosi bianconeri hanno già iniziato ad appassionarsi all’avventura ormai incipiente delle nostre giocatrici.

La nascita delle Juventus Women rappresenta una svolta importantissima per il calcio femminile italiano, assai arretrato rispetto ai maggiori campionati europei: sia per risorse e strutture, sia per numero di tesserate sia sul piano del riconoscimento sociale. Dopo la Fiorentina e il Sassuolo, la Juve è il primo top club di Serie A a poter vantare una propria squadra femminile, che ora può usufruire di risorse simili a quelle dei grandi club femminili europei. In Inghilterra, Francia, Germania e nel nord Europa molte società hanno sia una squadra maschile sia una femminile. In questi paesi, inoltre, il calcio femminile ha un seguito di tifosi tale da permettere l’esistenza anche di singole società femminili professionistiche. Le federazioni, infine, stanziano ogni anno diversi milioni di euro per sostenerle.

Le Juventus Women si sono quindi aggiunte al settore giovanile che era stato creato già nel 2015 in collaborazione con il Luserna: ciò significa che le nostre ragazze potranno sognare un futuro in bianconero anche dopo che avranno superato i limiti di età del settore giovanile, avendo l’opportunità di conquistarsi un posto in Prima Squadra. Alla guida delle bianconere è stata chiamata Rita Guarino, ex calciatrice con un’ottima esperienza sul campo e in panchina: negli ultimi due anni ha allenato la Nazionale femminile Under 17. Anche questo un segno che la Juve, nel calcio femminile, vuole fare sul serio.

 

 

L’operazione è stata lanciata in grande stile: fin dalla loro nascita le Juventus Women hanno avuto ampio spazio sul sito Internet e sui canali social bianconeri. E sono state da subito sulla bocca di tanti: media, tifosi, avversari e addetti ai lavori. Ciò è senz’altro un bene per il calcio femminile italiano, che per la prima volta ha conquistato l’attenzione del grande pubblico. Fino a oggi, infatti,il calcio femminile italiano è stato del tutto trascurato, e di ciò non va data colpa necessariamente ai tifosi. Negli anni recenti, per esempio, alcuni importanti dirigenti italiani si sono permessi di usare toni sprezzanti verso il calcio femminile. Basti pensare alle vergognose dichiarazioni di Felice Belloli, successore di Tavecchio alla guida della Lega Dilettanti.

Oggi, anche grazie alla Juventus, il calcio femminile sta finalmente uscendo dal silenzio. Ma, oltre alle reazioni entusiaste dei tifosi,sono arrivate anche le immancabili polemiche. Alcuni addetti ai lavori si sono lamentati della massiccia campagna acquisti operata dalla Juve per mettere insieme una squadra in grado di lottare per la vittoria fin dal primo anno. Illegale? Assolutamente no. Strano? Soltanto per il calcio femminile italiano, abituato a una gestione dilettantistica delle risorse e non avvezzo a vedere una campagna acquisti di tali dimensioni. Altri si sono concentrati sul fatto che la Juve si sia iscritta direttamente alla Serie A dopo aver rilevato il titolo sportivo del Cuneo Calcio, che l’anno scorso militava nella massima serie e ha deciso di smantellare: una cosa poco usuale, forse, ma non vietata dai regolamenti.

Lasciamo le polemiche ai malpensanti e concentriamoci sulle ricadute positive del progetto bianconero.

 

 

Abbiamo già accennato alla necessità, per il calcio femminile italiano, di attirare l’attenzione del pubblico, cioè di aumentare il bacino di tifosi. Non si tratta solo di una questione di business (più tifosi vuol dire più sponsor, più sponsor vuol dire più soldi che alimentano il movimento), ma anche di strutture e risorse umane: questa maggiore attenzione al calcio femminile potrebbe portare, nel medio-lungo periodo, anche all’aumento del numero di bambine che si avvicinano alla disciplina e quindi a un aumento delle tesserate.

Allargando il raggio della nostra analisi, si intuisce come la portata del progetto Juve possa essere ancora più ampia. Tra le cause dell’arretratezza del calcio e più in generale dello sport femminile in Italia,infatti, non ci sono solo la mancanza di risorse e strutture: non possiamo dimenticare la mancanza del riconoscimento dello status di professionista per tutte le sportive italiane, dalla prima all’ultima. Da Federica Pellegrini a Roberta Vinci, dalle campionesse della pallavolo alle migliaia di atlete che restano anonime, tutte quante sono dilettanti. Nessuna di loro è professionista. Perché? Secondo la legge del 1981 sul professionismo sportivo, lo status di sportivo professionista è definito dalle singole federazioni sportive nazionali, che dovrebbero osservare le direttive stabilite dal CONI. A 36 anni dall’entrata in vigore della legge, però, il CONI non ha ancora definito cosa distingue l’attività professionistica da quella dilettantistica e ciò ha determinato una grave discriminazione. Molte federazioni, infatti, hanno escluso esplicitamente le donne dal professionismo: è il caso, per esempio, proprio del calcio.

 

 

Si badi, la questione non è puramente terminologica. Per un’atleta donna il mancato riconoscimento dello status di professionista significa non poter accedere a tutte le garanzie previdenziali e sanitarie, compreso il Tfr di fine contratto. Per una donna, quindi, è ancora più difficile fare dello sport il proprio lavoro.

Il nostro auspicio è che la Juventus porti avanti, con i tempi e i modi che riterrà opportuni, una lotta non solo sportiva ma anche istituzionale e culturale. Una lotta per l’uguaglianza di genere. Ci auguriamo che la società faccia pressione sulla FICG con l’intelligenza diplomatica già mostrata nei questi anni e facendo valere il peso del nome Juventus.

Con la creazione della Prima Squadra femminile, la Juventus dimostra ancora una volta di essere una società che guarda al futuro. Una società all’avanguardia, con una visione del calcio talmente avanzata da risultare fantascientifica rispetto alla ristrettezza di vedute tipica di gran parte del calcio italiano. E dimostra anche di essere fedele al suo soprannome: Signora sì, ma tutt’altro che Vecchia.