Bene il Monaco perché siamo pronti. Ma quanto pronti?

 

Poche ciance, il Monaco era la migliore pescata possibile. Era anche il sorteggio meritato, dopo il quarto di finale contro il Barcellona. Soprattutto per come è andato, con la casella zero nei gol subiti (la maiuscola al piccolo grande Capolavoro), per la padronanza dell’intero recinto di campo, per lo scacco tattico, per la scintilla Dybala e via dicendo.

 

Era la migliore pescata possibile, anche se le semifinali sono una pagina nuova. Inutile discernere sui perché, aggrapparsi a ragionamenti di logica forzata: il Monaco è inferiore alla Juventus. Le è inferiore in quanto a tecnica, tattica, esperienza, consapevolezza, strumenti. Degna avversaria, rivelazione europea della stagione, nelle quattro con merito ed entusiasmo, la favola monegasca non va scambiata e vissuta per quello che era nel 1998 e neppure per quello che racconta la nuova frontiera del calcio hipster.

 

Però la Juve oggi è la Juve di una volta. Anzi, più pronta alle trappole, più frenetica di arrivare a rigiocarsela ma anche più arrabbiata. Più pronta. Ragion per cui affrontare la squadra di Jardim (portoghese, nato e cresciuto in Venezuela, allenatore puro, logico, astratto e infingardo con il tipico pensiero a tre dimensioni, inclusa la dimensione del sogno, tipica di chi non è stato calciatore) fa da secondo step di sopravvenuta maturità, dopo la gestione del 3-0 interno contro l’attacco e l’ambiente più temuto e applaudito al mondo. Due step che nella sostanza si equivalgono.

 

Più pronti, ma quanto pronti?

Definitivamente pronti?

Scacciando le streghe dell’eventuale finale e con lei tutti gli aneddoti e i ricorsi, alla prima domanda non ci sarà risposta se non eventualmente al risveglio del 4 giugno.

Alla seconda risponderà l’appuntamento con una storia già scritta.

Eliminare i più deboli sulle due partite.

Rendere la Juve una scienza esatta.

Lasciar loro i meritati applausi.

Dare ragione ai bookmakers.

Sconfinare nel normale.

Esserci.