Atalanta-Juve 2-2: chi ci ha capito qualcosa è bravo

Atalanta-Juve per il cronista è una squadra che butta via due punti, perché ogni partita ha un suo percorso che ne condiziona la morale.

Per il tifoso dello stadio, frastornato dai gol che non sono gol e dai rigori che non sono rigori, è una Juve dalle emozioni forti, praticamente di ogni genere.

Per il tifoso della poltrona, il peggior fastidio è passare dalla posa da pascià (una mano sulla pancia e l’altra sul bicchiere) alla posa da guida nel traffico quando si lotta per non arrivare tardi a lavoro.

Per il tifoso di puro campo, in attesa delle grafiche e delle statistiche sulle quali proseguire il discorso, tutto sta nel ragionamento da finale dei mondiali, primordiale e apparentemente ineccepibile: il portiere deve parare (anche l’altro, però), il rigore è da segnare (purtroppo l’altro, questo, lo para).

Per il tifoso dei social, che li usa con assiduità da quando la Juve vince, ci sarà ancora più gusto contro il Napoli dei record e dei complimenti.

Per me, e non necessariamente per Juventibus, è una partita che lascia un punto e poco altro. Perché sono umano, fallibile, chiamato a stare a metà tra il primo capoverso e il primo ottobre di una stagione che non è riuscita ancora a dirci granché. Non posso essere me stesso, perché nel calcio la digestione di un match porta a cambiare mille volte i contorni del giudizio prima ancora che si arrivi alla partita successiva: non posso pensare ai singoli, al concetto di 2-0 partita vinta, al vecchio adagio di chi su un campo ci è stato a proposito di quanto pesi un gol annullato a esultanza completata. Non posso pensare a dove l’Atalanta trovi da un anno e mezzo tutte queste energie, a quanto stiamo chiedendo a Bentancur, a Bernardeschi di cui non resterà niente con annessa prima lezione di Juve per l’unico uomo in rosa, insieme a Pjanic, ad aver l’assist incorporato nel piede.

Non posso pensare neppure alla VAR, ma qui il problema è più profondo e viene da lontano: la mia estrazione mi ha portato a trattare gli arbitri come oggetti inanimati, permettendomi di non dover mai dar conto a qualcosa che non fosse uno sport più forte di tutto e tutti.

Nel frattempo il mondo è cambiato, io sono cambiato, il mio uditorio è cambiato. Quindi ci riprovo. E alla VAR non posso proprio ancora pensare già solo perché in tre mesi nessuno me l’è riuscita a spiegare. Solo un pochino Allegri nel dopopartita: lui arriva al dunque, cioè arriva a dove arriveremo, ha questa innata capacità di colorare un arcobaleno con una bic. Lo faccia anche con questa Juve: i fogli sui quali scrivere non mancano…