Da Alessandro Magno alla Juve: vincere convincendo

Era quasi il tramonto. Alessandro Magno era ancora chiuso nella tenda delle riunioni con i propri generali a parlare di una delle battaglie che avrebbe cambiato le sorti del mondo. Lui camminava svelto, su e giù con movimenti frenetici per poi, di colpo, fermarsi a descrivere una mossa, uno scenario, e tornare dunque a camminare. Tutto ciò avveniva in maniera ripetitiva, ciclica, come un ritornello musicale, una danza, un fachiro che suona.

I suoi generali (ma prima ancora amici) fermi lì a guardarlo, ipnotizzati. Qualcuno di loro ogni tanto, facendo uno sforzo che sfociava quasi in dolore fisico, per qualche istante ne interrompeva la frenesia, stringendolo con le mani, sottraendolo dalla sua magnetica danza.

“Alessandro, sono troppi per noi, il rapporto è di 5 a uno…accettiamo la loro offerta e prendiamoci mezza Mesopotamia, l’Egitto e ogni altra terra che si trova ad occidente dell’Eufrate!”

Alessandro si fermava a guardarli negli occhi. Ascoltava queste parole con sguardo vitreo, riflettendo. Quello sguardo diventava poi infuocato e lui tornava a danzare ed i suoi generali ancora là, estasiati.

“Alessandro, attacchiamoli di notte, così che i numeri non valgano e la nostra maggior preparazione prevalga!”

Stesso sguardo, stessa reazione ed ancora stessa danza. Ad un certo punto punto però si ferma, li fissa uno ad uno con gli occhi sgranati. E’ il culmine della danza.

“Non sono venuto fin qua a prendermi la metà della posta. Io voglio tutto, io voglio il mondo e me lo prenderò. Non di notte, ma di giorno affinché gli Dei vedano la mia grandezza!”

I suoi generali lo guardarono rassegnati, sicuri che il giorno dopo a quella stessa ora sarebbero stati tutti morti e che sarebbero entrati nell’Ade cavalcando dietro Alessandro, per conquistare anche quello. Lo avrebbero seguito ovunque, ma…perché? Perché perdere la vita, ma per cosa? Avevano terre, donne, denaro, potere eppure volevano di più. Ma cosa?

Semplicemente, volevano quello che avevano visto in quella tenda: la Grandezza. Lasciare il segno nel mondo, nella storia. Divenire immortali, graffiando il cielo affinché quel segno lo vedesse chiunque fino alla fine di ogni tempo. Chi, leggendo le imprese di Alessandro Magno, non avrebbe voluto partecipare alla carica della cavalleria a Gaugamela, forse anche morendoci in quel luogo sperduto? Chi non avrebbe voluto essere accolto come il vincitore con musiche e lancio di fiori al proprio passaggio, a Babilonia, il centro del mondo, il centro di tutto?

Oggi siamo chiusi dentro le nostre vite frenetiche, con gioie e dolori, che raramente hanno qualcosa di epico, di infinito. Cerchiamo la Grandezza nelle piccole cose, piccole come una partita di calcio. Dallo stadio o dal divano da casa guardiamo i nostri undici eroi affrontare il nemico, uniti da un senso di appartenenza che prima lega noi juventini e poi noi e quegli uomini in campo che per noi danno tutto, o almeno così, in quei novanta minuti scegliamo di credere.

La partita è fatta di scontro fisico, abilità e strategia tattica, come una battaglia. Si risveglia in noi quella atavica voglia di grandezza, di graffiare il cielo con la propria squadra, di vincere per attraversare le porte di Babilonia ed essere avvolti da musiche e fiori. Affinché ciò avvenga sappiamo che non potremo accontentarci della metà della posta, rinunciando a giocarci il tutto per tutto. Non dovremo limitarci a tentare di sopraffare il nemico di notte, utilizzando mestiere e mezzucci, ma vincere convincendo, affrontando i nostri nemici e battendoli sonoramente, con forza, con decisione, con il petto in fuori.

Signori miei, non si vuol solo vincere. Si vuole rimanere impressi nell’immaginario collettivo come una squadra leggendaria, come quella di Lippi, vincente sì, ma sempre anche e soprattutto all’assalto, verso la gloria, sempre da padrona e mai da serva furba.

Certo, si può essere tifosi ed accontentarsi del risultato, accontentarsi di un pareggio sporco, di vincere sperando nella giocata estemporanea che spezza gli equilibri e poi portarla a casa con le unghie grazie a tanta difesa e gioco sporco (non difesa e contropiede organizzato a priori, che è altra cosa), certo. Ma quando poi si incrocia un compagno tifoso che vuole vincere e convincere, che sogna la grandezza, non lo si può non ritenere un tifoso vero.

Il bel gioco o il gioco convinto, prima che essere un’esigenza tecnica e commerciale, è un sentimento ancestrale che si risveglia in tutti noi alla discesa in campo della squadra. Basta saperlo ascoltare, senza pensare a piccole beghe di poco conto.

di Antonino Bizzintino